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PAZIENTI DIFFICILI - MEDICI DIFFICILI?
di A. Schlaepfer
L'organo più allenato di chi combatte sul fronte della medicina è l'orecchio e non tanto la lingua sciolta. Nonostante ciò noi medici generici siamo predestinati a parlare delle difficoltà del nostro mestiere. Le statistiche sulla frequenza dei suicidi tra i medici sono testimoni degli scogli che spesso la nostra nave della vita non riesce a superare. In Svizzera la frequenza complessiva supera del 36%, quella della nostra fascia d'età addirittura del 70% la media della popolazione. Ciò potrebbe forse significare che ci avviciniamo mal preparati agli ostacoli del lavoro pratico.

Intendo il tema a me affidato nel senso che parlando di difficoltà non ci si riferisce tanto a quelle del tipo medico-tecnico. Per queste siamo molto ben preparati, visto che solo degli studenti di medicina tecnicamente abili passano attraverso la rete degli esami Multiple Choice.

Prima di occuparmi del mio tema vero e proprio, cioè le difficoltà del rapporto tra medico e paziente, vorrei far notare 2 problemi di principio, che il tipo di questa relazione mi impone. Devo parlare in questa sede soprattutto di esperienze personali nella medicina individuale. Visti i grandi pericoli per l'organismo Terra si pone la domanda, se una medicina classica mirata alla cura di un singolo individuo non significhi uno spreco di forze e risorse, e se eventualmente la stessa non sia addirittura controproducente. La mia risposta sarebbe che è vero che lo spirito del tempo influisce su noi individui. Secondo questo principio il cambiamento avviene tramite l'educazione, soprattutto quella del singolo. Questa è la mia affermazione personale. Forse siete di un altro parere? E cosi passiamo al mio secondo problema. Sto facendo un monologo dove probabilmente un dialogo sarebbe più efficiente. Voi tutti guidate con prontezza e attenzione i pazienti, raccogliendo delle esperienze che sarebbero importanti nell'elaborazione di soluzioni per il superamento delle difficoltà menzionate. Vi prego quindi di considerare le mie affermazioni come base di discussione per stasera e non come fatti controllabili con il metodo Multiple Choice.

4 Gli ostacoli sulla strada della nostra vita servono per alcuni ad inciampare, per altri ad allenarsi e mostrare la loro forza di salto. Le difficoltà nel mestiere di medico sono un'occasione. Tengono vivo il processo di apprendimento per il medico e mostrano d'altra parte i suoi limiti che devono essere estesi.

Vorrei ora mostrare in metafore come possono sorgere dei problemi nel rapporto tra medico e paziente. Naturalmente sarei tentato di aiutare la mia lingua poco allenata con delle belle diapositive. Come è noto, questo congresso serve anche come introduzione a un corso post-diploma di medicina ambientale. Per risparmiare energia rinuncerò perciò in modo esemplare delle diapositive. Essendo un relatore direi quasi difficile vi chiedo di utilizzare la vostra fantasia, cosa che ci rimane sempre più ardua in questi tempi di procedure illustrative. Di questo fatto risentono soprattutto i nostri bambini,, a cui vengono presentate le loro favole visualizzate dalla televisione, paralizzando la loro immaginazione e impedendo loro di trovare una propria immagine interna, appena tollerabile, di una strega cattiva o di una bella principessa. Potete quindi tranquillamente chiudere gli occhi, se cercate le vostre proprie metafore.

Nella sua "introduzione alla medicina psicosomatica", che vale la pena leggere, Kaspare Weber paragona la posizione privilegiata del medico di base con l'immagine di chi cammina sulla cresta e gode di un bel panorama sui due versanti. Vorrei dare seguito a questa immagine. Pensate, per esempio, alla cresta del Monte Bianco. Siamo partiti molto presto. È ancora mattina. Il sole avvolge un lato della cresta di ghiaccio in una luce splendente. Tutto è chiaramente visibile. L'altro lato si trova ancora nell'ombra profonda. È più immaginabile che visibile.

Forse vi è più vicina un'altra immagine?

Il limite tra giorno e notte, o una costa. La spiaggia dove si può facilmente passare. La zona dell'acqua movimentata e quello che sta e vive al di sotto ed è un po' inquietante, appena distinguibile nella luce diffusa e rifratta.

Avrete capito cosa intendo dire. Da un lato la medicina classica digitale con le apparecchiature. Tutto esattamente visibile, misurabile, paragonabile, visualizzabile con metodi moderni. Dall'altro lato le cose irrazionali, empaticamente tangibili dell'essere umano i nostri lati ombrosi. Il lato esposto al sole, messo in una luce abbagliante, simbolizza la mentalità digitale, per la quale esistono delle unità di misura e che è riproducibile. Guai se, nonostante un'ottima formazione, facciamo degli errori. Anche questi appariranno nella luce più abbagliante.

Al lato ombroso paragono la mentalità analoga. Per illustrare questi due concetti ricorro nuovamente a due immagini:

Analizzare una lacrima in modo digitale vuol dire determinare con precisione il suo contenuto di sali, lisozimi ecc., una cosa molto utile, se trattiamo un occhio asciutto utilizzando lacrime artificiali. Ma a che cosa serve la nostra conoscenza del suo contenuto elettrolitico, se volgiamo comprendere il significato di una lacrima che scorre giù per la guancia di una donna, un bambino o addirittura un uomo?

Oppure, possiamo avvicinare a una sinfonia di Mahler qualcuno il cui cuore non inizia a vibrare con questa musica, mostrandogli con un oscillografo le oscillazioni sinusoidali prodotti dall'orchestra?

Mi soffermo sull'immagine della cresta. Il medico e il paziente formano una cordata a due. Il medico è la guida, il paziente il guidato. La meta, la cima, sarebbe il riacquisto della salute. Sono consapevole del fatto che la salute non è uno stato, non è un unico obbiettivo, ma piuttosto un equilibrio, una strada. La corda, che collega, sarebbe la comprensione, l'amore del medico e la fiducia del paziente. È condizione del poter guidare che la guida disponga dell'attrezzatura tecnica per poter introdurre delle sicurezze, che non tema abissi, perché ne ha gia superati lui stesso in modo sveglio e con attenzione, ed è utile, se può esercitarsi sui percorsi difficili insieme a dei compagni che sono pratici di quest'area. Ciò vuol dire: Conoscere se stessi e i propri limiti, perfezionamento, gruppi Balint.

Questa immagine della cordata a due mi serve a ordinare un po' le difficoltà. Lo illustrerò poi con degli esempi vissuti. Sorgono delle difficoltà:

  1. quando il medico e il paziente non mirano alla stessa cima;
  2. quando il medico cerca di più il lato ombroso, quando di devono evitare deglii ostacoli insuperabili sulla cresta, mentre il paziente va verso il lato esposto al sole.
  3. anche il processo inverso mette in pericolo la cordata.
  4. può provocare dei pericoli anche la riduzione della resistenza allo strappo nella corda che unisce medico e paziente.
Vorrei sottolineare di nuovo che solo due versanti equivalenti possono fermare una cresta solida sulla quale poi i medico generico trova il suo belvedere eccellente. Una volta è importante per lui e per il paziente la vista nella luce e una volta quella del lato ombroso. La prima viene esercitata durante gli studi e nelle occasioni consuete di perfezionamento. Anche per il lato ombroso ci sono degli specialisti. Si cerca il viandante di cresta che integri i due versanti.

Detlefsen è uno dei pionieri che cercano di rappresentare il collegamento tra il corpo e l'anima, e che, essendo un rappresentante del lato ombroso, dà il peso principale dell'anima. Secondo lui, la parte fisica è solo lo specchio della parte psichica; chiede in modo provocatorio, se cambiamo la nostra faccia, quando lustriamo lo specchio. Ad ogni immagine nello specchio, ad ogni organo e malfunzionamento dello stesso attribuisce un certo disturbo psichico come causa. Anche se capisco l'intenzione didattica e lo utilizzo spesso come inizio nel mio lavoro con il paziente, questo modello mi sembra troppo ristretto per il mio lavoro.

Al fenomeno fisico lacrima non si può sempre associare il sentimento di tristezza. Spesso una lacrima significa rabbia, forse piangerò lacrime di gioia, se riesco a raggiungervi con la mia relazione o addirittura a scuotervi.

È richiesta la franchezza. La franchezza spregiudicata del medico forse dà la possibilità al paziente di aprirsi anche lui. Dove una persona si può spogliare completamente, farsi vedere veramente nudo e onesto, se non dal medico, che non ne ride, al massimo sorride o, smaliziato dalla propria esperienza, sorride compiaciuto, e che è discreto? E il medico non dovrebbe limitare l'individualità del suo prossimo in cerca di aiuto con degli schemi che hanno solo un valore didattico. Quando dico che il paziente sofferente mi disegna un immagine di se stesso e della sua situazione attuale, forse una melodia, un'opera d'arte della natura, mi avvicino al mio concetto.

Modellando anche il paziente il quadro della sua malattia e, avendo la malattia a che fare con il suo modo di vivere e non potendo solo essere classificata nella categoria di incidenti e crimini della natura, viene attribuita parte della responsabilità al paziente.

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A tale riguardo il medico diventa difficile. La funzionalità del suo studio non può solo e semplicemente essere limitata ad una prestazione a carico del servizio sanitario. In questo modello, la malattia significa delle note stonate nel quadro della vita del paziente. Ma adesso il medico non ha il compito di prendere il pennello. Se mai, può far vedere la propria vera immagine al paziente, in modo che questo realizzi la propria immagine e impieghi i colori adatti, che forse cambiano da una fase blu a una fase rossa o al cubismo. Non è il medico che determina il colore nuovo, ma egli aiuta a trovarlo.

Adesso passo alle difficoltà vere e proprie. Inizio con la difficoltà nei casi in cui non c'è un obbiettivo in comune. Ci è stato insegnato di aiutare in ogni caso a mantenere o a recuperare la salute. Ma spesso i pazienti non vogliono guarire. Per esempio, perché una pensione assicura la loro base di esistenza, mentre da guariti non ritroverebbero un lavoro.

In questo contesto peso all'immagine del macchinista: un uomo sessantenne robusto, consapevole del proprio dovere, piegato in avanti dal peso della responsabilità. I dolori di schiena, soprattutto toracici, gli impedivano di dormire la notte. Aveva il portamento del gigante di Monterosso, che però non porta una roccia, ma, con le proprie mani, un treno attraverso il Gottardo. Sopporta con bravura le sue sofferenze fisiche. Simbolizzano quasi la sua bravura. A cosa servirebbe spiegargli l'importanza psicosomatica della sua malattia? Ciò significherebbe svelarlo come uomo pauroso, esitante di fronte al suo nuovo compito di conoscere la locomotiva 2000. La cima luminosa della salute, che naturalmente prometterebbe anche un'abilità completa al lavoro, non può più essere il nostro obbiettivo comune. Così il paziente difficile, che non risponde a nessuna terapia, neanche ad una cura dispendiosa a Leukerbad, diventa un paziente grato, che guido su sentieri più semplici.

Non voglio ritornare a quanto chiedono i neurotici di desiderio. Non vogliono la salute da noi, ma solo una conferma dalla loro malattia.

Un'altra paziente che inizialmente mi ha portato alla disperazione, perché gli volevo appiccicare, senza successo, la cima luminosa della salute, soffre di una sclerosi multipla con decorso veramente molto benigno. È in sovrappeso, poco autonoma come un bambino e allo stesso tempo non affabile. I suoi disturbi di sensibilità fisici sono quasi da rapportarsi con la sua mancanza di sensibilità generale. I miei interventi tesi a dare un'occhiata ai lati ombrosi della sua vita rimbalzano come su di una parete di gomma. Con la sua malattia la paziente fa il tiranno per la famiglia e il medico. Ogni due giorni, a causa di mal di testa, ha bisogno di una iniezione i.v. di Tramai, l'unica misura che ha effetto. Un giorno mi chiesi cosa sarebbe rimasto alla paziente, quali possibilità di contatto con altri avrebbe avuto, se avesse perso la sua malattia. Poco. La risposta mi dette la tranquillità necessaria a poter continuare ad accompagnarla.

Forse anche la problematica dei pazienti tossicomani fa parte di questo capitolo, dove il medico ha un obbiettivo alto e luminoso, che il paziente non cerca neanche. Cerca invece di coprire un difetto, cioè la sua sindrome di tossicomania, la sua intolleranza di frustrazione. La droga è praticamente la fasciatura contentiva con la quale stabilisce la sua pseudo-artrosi. Che cosa succede, se gli strappiamo questa fasciatura contentiva? Naturalmente vorrei spiegare ad ogni paziente la situazione della sua pseudo-artrosi. Gli propongo di non coprire il difetto, ma di sanarlo, eventualmente con una operazione che è però dolorosa. Ma per motivi di autoprotezione trattengo la mia ambizione.

Un buon esempio di questa situazione è l'adipositas. Questo difetto nasconde spesso una tristezza. Per un qualsiasi motivo non è possibile soddisfare il bisogno d'amore nei rapporti tra le persone e quindi lo zucchero deve addolcire la vita. In tal modo i sentimenti, di solito la tristezza, vengono rinchiusi. Il trattamento del sovrappeso non avviene quindi solo con una tabella delle calorie, ma lo sguardo sul lato ombroso, dietro la corazza, è altrettanto importante.

Nel primo incontro, lo sciamano indiano Rolling Thunder chiede al paziente: "che cosa vuoi fare con la tua salute?" - e non chiede per esempio: "vuoi guarire?". Tutti risponderebbero "si" a questa domanda. Poi congeda il paziente e lo incontra nuovamente dopo lacuni giorni. Nel frattempo il paziente e lo sciamano hanno avuto il tempo per riflettere, se vogliono formare una cordata a due. Strano, che durante tutto il periodo dei miei studi non abbia mai incontrato questa domanda dello sciamano.

Rolling Thunder si prende quindi la libertà di rifiutare un paziente. Se lo accetta, non ha riguardo né per il suo corpo né per la sua anima, ma s'impegna con tutta la sua forza.

Esiste anche la situazione opposta, cioè che il paziente mira alla cima luminosa, ma il medico non vuole?

Al riguardo un aneddoto eretico: Gottilieb ha ormai compiuto 95 anni. È l'unico paziente che ho conosciuto nel mio studio e a cui do del tu. Fino a pochi anni fa, ha piantato tutte le primavere un girasole davanti alla finestra del mio studio. Ormai ci ha rinunciato, da una parte perché fa fatica a piegarsi, dall'altra perché il magnifico fiore rappresentava un ostacolo al tosaerba del portiere. All'età di 89 anni, Gottilieb venne da me per una dispnea massiccia. Ne erano responsabili dei disturbi di ritmo bradiocardici. Il mio paziente favorito divenne difficile. Gli avrei augurato di lasciare la sua vita movimentata in un modo. Mi guardo domandando: "Ti preoccupi?" Poi, disteso sul mio lettino, cominciò a cantare una canzone. Gli presi un appuntamento per l'impianto di un pacemaker e fui rallegrato per alcuni anni ancora dal bel girasole luminoso. Adesso Gottilied soffre di un osteoporosi con dei dolori alla schiena a volte insopportabili. È diventato molto decrepito.

Anche nella situazione seguente esitai come guida che mirava alla cima: Un uomo con poca fiducia in sé stesso, incerto nella vita, pauroso e titubante, si confidò con me. Avevo l'impressione che in qualche modo aveva il desiderio di aumentare la fiducia in sé stesso con una macchina quattro per quattro e un motore potente. Devo e posso io in qualità di medico per la protezione dell'ambiente incoraggiato a diventare un centauro moderno?

Le questioni da discutere sarebbero le seguenti:

-Siamo sempre obbligati, in qualità di medici individuali, a tutelare gli interessi dell'individuo?

-Fino a che punto arriva la nostra libertà terapeutica, vista la difficoltà della determinazione dell'obbiettivo comune?

-Possiamo rifiutare un paziente, come se lo permette lo sciamano indiano?

Passo a un secondo tipo di difficoltà. Durante il nostro cammino sulla cresta bisogna aggirare una torre di roccia insuperabile. Il paziente spinge verso il lato di sole, il medico sa che solo il passo nell'ombra porta avanti.

Una donna 45enne viene da me per palpitazioni, diaforesi e insonnia. Dal controllo tecnico non risulta alcuna patologia. La sofferenza della paziente è talmente grande, che la invito a dare uno sguardo al lato ombroso. Dice che va tutto bene, che è felice. Questo mi sorprende, vista la sua biografia. Il suo primo matrimonio è fallito. Una figlia dal primo matrimonio è morta di un overdose di eroina. Non sono i disturbi della paziente un segno della paura repressa che le cose potrebbero andare nello stesso modo anche nel matrimonio attuale? Anche il figlio del secondo matrimonio, che ha 10 anni, è mortale. È comprensibile che la paziente scacci tali pensieri. Il suo motto è la bravura e la ferma speranza. Un giorno mi racconta il seguente sogno: il figlio vuole attraversare la strada per raggiungere la paziente che lo sta aspettando sul marciapiede. All'improvviso appare un autobus e non si vede più il ragazzo. La paziente si sveglia urlando, sudata, con palpitazioni e una sensazione opprimente nel petto, cioè on i sintomi che l'hanno portata da me. Chiedo alla paziente, se questi sentimenti fisici non le sembrino familiari. Fa cenno di si e sembra di capire. Si tratta quindi di un'ora fatale per il medico che cammina sulla cresta di Weber? Da allora non ho più rivisto la paziente - e sono passati degli anni. Si sentiva scoperta da un guardone? Il medico è diventato troppo difficile per lei? Ha disilluso la sua speranza che il suo difetto potesse essere riparato semplicemente con una chiave chimica. Invece gli ha dato una parte della responsabilità per la sua malattia. Responsabilità significherebbe l'apertura di possibilità, la libertà di poter partecipare alla decisione e alla realizzazione, di non vivere più una passiva esposizione di sé, ma anche lavoro duro e sudore.

Possiamo solo invitare il paziente a dare uno sguardo al suo lato ombroso. Sta a lui di accettare o meno l'invito.

Un gruppo di pazienti che tipicamente rifiutano questo invito sono quelli con reumatismi delle parti molle.

In questo caso si tratta spesso di donne coraggiose, che hanno dovuto soffrire relativamente presto sotto il peso del loro destino. Il motto era il coraggio, digrignando i denti, e non la serenità rilassata. Sopportando i dolori che talvolta rendono invalidi si può visibilmente vivere questo coraggio, mentre le pazienti e spesso anche il loro ambiente confiderebbero un disagio psichico una vergogna. Il tentativo di un trattamento, sia fisico che psicoterapeutico, che tende a raddolcire, trova una roccia o muscoli e tendini tesi in atteggiamento di difesa.

Invito le donne sempre a guardare il proprio albero della vita da una certa distanza. Quanto verde copre il ramo secco, sul quale si sono sedute? Non è un peccato sciupare tutto il fertilizzante e qualsiasi energia per questo ramo? Non sarebbe più utile utilizzarli per favorire la crescita del verde, del vivo?

Esiste anche l'altra situazione, in cui il medico si comporta in modo troppo digitale e cerca la strada per raggiungere la meta solo sul lato del sole, mentre il paziente sente che sarebbe importante anche il lato ombroso?

Questa situazione è certamente quotidiana. La fuga dei pazienti dalla medicina classica alla paramedicina testimonia certamente questa problematica. Ma spesso questo sembra solo essere un cambiamento di strada, perché non raramente anche la paramedicina viene consumato dal paziente in modo passivo. Solo nel caso dell'omeopatia si tratta probabilmente anche di un cammino sulla cresta: La preparazione della ricetta viene calcolata, l'intervista rivela anche i lati ombrosi. La sua forza sta probabilmente in questo.

In questo contesto si pone la domanda, se non esagero inutilmente la mia onestà scientifica come medico classico, se credo solo all'effetto delle mie medicine, provate da test a doppio controllo. Possiamo permetterci la rinuncia completa alla magia?

Il seguente aneddoto illustra la situazione menzionata:

Un africano cade in una fossa per elefante e viene ferito in modo grave. Per molto tempo è nel reparto di rianimazione di un ospedale moderno sudafricano e viene rimesso fisicamente con l'aiuto dei mezzi più avanzati della medicina classica e della tecnologia. Lascia l'ospedale senza dire una parola e senza ringraziare. I medici del lato esposto al sole lo ritengono ingrato e scrollano il capo. Un religioso a cui concedeva la propria fiducia raccontò perché il negro non era grato. "A casa mi serve la mia salute, se non so perché sono caduto in una fossa destinata agli elefanti?"

La storia di un rifugiato angolano è impotente. Disperato realizzo che gli apparecchi e macchinari e anche i medici dell'università di Ginevra lo ritenevano sano, mentre lui si era già rassegnato a morire. Siccome si sapeva del mio passato africano, il paziente fu portato da me. Realizzai che si sentiva minacciato dal suo zio che apparteneva al partito politico opposto. Con l'aiuto di Melleril e la cura da parte di un padre del monastero Wesemlin si riuscì a superare la crisi.

In Africa, malattia significa la punizione per una violazione dei costumi e delle regole della società. Agli occhi degli Africani, ciò che ottenevano con la medicina classica era solo la cura dei sintomi. Per la guarigione era necessario un medico stregone del luogo che lo aiutasse a ricondurre la vita sulla retta via. Non è simile l'impostazione di Detlefsen o di C.G. Jung, cioè che ogni malattia è anche un'opportunità? L'opportunità di osare fare il passo giusto in avanti.

Anche un paziente sensibile, questa volta bianco, visse molto sconvolto una visita per sé indolore con le apparecchiature. Si disperava, quando realizzò che l'entusiasmo dei medici intorno a lui era rivolto al nuovo fonografo e non al suo cuore che era peggiorato solo in modo insignificante dopo l'ultima visita.

Signori e signore, arrivo ora alla difficoltà con la corda che unisce medico e paziente, che si chiama simpatia, empatia, amore. In occasione di questo congresso, delle relazioni particolari sono dedicate all'igiene psichica del medico, cioè il modo come può nutrire il suo amore. Qui mi limito a dire:

Da quando è stata introdotta la disciplina specialistica "cardiologia" sappiamo che il cuore è l'organo e il simbolo dell'amore, della cordialità. Il cuore che si contrae aritmicamente, che contraendosi si apre allo stesso tempo verso gli organi e la periferia del corpo ai quali deve procurare nutrimento, ossigeno e calore. Le prime arterie che lasciano l'aorta sono i vasi coronari. I primi, non gli ultimi. L'approvvigionamento proprio non avviene durante la contrazione, ma nel rilassamento verso se stessi, verso l'interno. Non è il compito del cuore di approvvigionare se stesso con sangue. Ma è l'autoalimentazione che gli assicura la forza di essere all'altezza del suo compito.

Nella città di Lucerna c'è la regola di chiamare sempre per primo, e in qualsiasi ora, il medico di famiglia. La disponibilità continua logora il suo amore verso il paziente.

Ci sono dei pazienti che hanno il bisogno di farsi provare l'amore da parte del medico chiedendo il suo aiuto per bagattelle somatiche alle ore più impossibili. Se poi però prendo la domenica mattina per un incontro intensivo con loro, li importuno. Il mio interessamento gli diventa sospetto.

Nel testo di Kaspar Weber, menzionato dall'inizio, questa situazione viene interpretata nel senso di conflitti non risolti di simbiosi e autonomia. Il paziente non autonomo, non capace di prendere decisioni, insicuro di se stesso, è ambivalente e oscilla avanti e indietro tra la paura di separazione e di fusione. Teme il tempo libero, le ferie del medico, quindi paura di separazione. Se però il medico cerca di avvicinarlo, viene preso dalla paura di unirsi con lui, perché non conosce né se stesso né i propri limiti. Tanto più importante è che il medico li conosca. Si arriva poi alla situazione strana che il paziente chiede un impegno esagerato del medico, ma che rifiuta un aiuto e proprio. Vuole sentirsi incompreso. Le misure terapeutiche, cioè interventi chirurgici o medicine, comportano spesso più effetti collaterali e complicazioni che effetti positivi.

La paziente di sclerosi multipla menzionata prima, di solito rimane zitta, se gli metto a disposizione un po' più di tempo. Poi però mi scrive che non la capisco, benché ci conosciamo già da anni. Se gli parlo del mio deficit di conoscenza e comprensione nei sui confronti diventa nuovamente zitta.

L'amore, la pazienza e la simpatia del medico vengono messi particolarmente alla prova, se deve fare da capro espiatorio. Ciò accade in caso di malattie infauste, quando i parenti non sono all'altezza della loro disperazione. In questo caso il relativo medico butta olio sul fuoco, se nasconde i propri errori. Ma dove abbiamo imparato ad ammettere degli errori, che specialmente nel nostro mestiere sono severamente vietati, ma che sarebbero tanto umani?

Ci sono dei pazienti che vogliono rinforzare con regali la corda di collegamento. Molti regali mi fanno piacere, altri mi rendono diffidente. Ci si aspetta da me di contraccambiare i regali sotto forma di concessioni? Mi riferisco a certificati di malattia, ricette per soggiorni di cura o tolleranza in caso di non-osservanza della terapia. I diabetici mi regalano più dolci di tutti. Allora divento sempre un medico difficile, o almeno ci provo. Cerco di rimanere la guida e di non diventare complice.

Fanno parte di questo contesto anche gli allori anticipati che certi pazienti ci danno in occasione del primo contatto, criticando di solito più di un collega. Rare volte possiamo soddisfare le aspettative che ci hanno attribuito. Le difficoltà sono preprogrammate e si può prevedere che presto anche il proprio nome farà parte della lista delle critiche.

Ho tentato di illustrare come cerco, i qualità di medico generico, di trovare l'equilibrio tra l'analisi esatta diagnostica e terapeutica di dati di misura precisi e statistiche esatte da una parte e la riflessione contemplativa e l'immedesimarsi intuitivo dall'altra. Questo equilibrio aiuterebbe a riprendere il controllo dell'esplosione delle spese mediche, a impedire che la medicina contribuisca notevolmente all'aggravio sull'ambiente sociale così che essa stessa provoca una nuova malattia.

Vorrei proporre per la discussione le seguenti tesi:

  • Il lavoro medico consiste in artigianato e arte.
  • Arte medica significa aiutare il paziente a trovare colori, le forme e le composizioni giuste per il suo quadro.
  • In un senso idealista, considerare la salute come l'unico obbiettivo della nostra attività, sarebbe una limitazione troppo forte.
  • La condizione perché il medico diventi artista è:
  • Che eserciti la propria sincerità, che conosca i propri bisogni e limiti, che curi la sincerità verso se stesso e verso i pazienti. Inoltre gli serve:
  • Il mantenimento della libertà terapeutica.
  • L'umiltà nel suo mestiere, cioè la rinuncia alla pretesa di onnipotenza.
Le nostre conoscenze si stanno allargando continuamente, speriamo che questo valga anche per la nostra esperienza di via. Contemporaneamente si allarga anche il limite verso la non-sapienza. Epikur disse: "gli dei stanno nelle lacune della sapienza umana". Con le nostre conoscenze e l'allargamento del nostro orizzonte dovrebbero crescere anche il nostro rispetto per il mistero dell'essere e la gioia che lo stesso ci dà.

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