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La voce dell'Africa
di M. Orlandi e W. Fasser |
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E' uno dei Paesi più poveri al mondo. Ma alla fonte di chi ha poco è sempre più necessario bere per capire la follia del nostro troppo. Wolfgang Fasser, fisioterapista, musicoterapeuta, collaboratore storico della Fraternità, è tornato ancora una volta in Lesotho, lembo di terra disegnato nel Sudafrica. Il mantello di lutto lì lo aveva disteso l'Aids. Una tragedia immensa che però non ha fermato la speranza di un popolo, la voglia di far salire la voce del suo canto.
"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…" Penso a Roberto Benigni, alle sue parole notturne in un film di Fellini. Penso alla voce della luna che lui evoca, alla voce dell'Africa che Wolfgang, ora mi fa sentire. Sono i suoni di un mattino, popolato dai versi ritmici degli uccellini. Sono i suoni di una sera, il canto potente e melodioso con cui la gente del Lesotho lo saluta. Sono i brindisi della notte di San Silvestro: anche lì, un silenzio assoluto e poi a mezzanotte un eco melodioso che si spande: happy, happy, happy. Sono voci non amplificate, ma salgono in alto lo stesso, molto più delle nostre sparatorie chiassose, occultate per segni di gioia. Cartoline sonore. Prendono poco spazio nella valigia di ritorno. Ma sono u n tesoro prezioso per chi, come Wolfgang, non può vedere, e per chi, grazie a lui, può immaginare. Wolfgang, che cosa ti ha detto l'Africa. Ha parlato poco, si è espressa molto più con i gesti, come sua abitudine. Mi ha trasmesso, ancora una volta, la bellezza che può offrirci la vita quando la liberiamo dal troppo, quando la riportiamo alla sua essenzialità. E mi ha fatto capire quanto folle sia il nostro stile di vita. Getta il mantello del lutto è la proposta di questo nostro numero. Qual è il contributo che il Lesotho ti ha trasmesso per questo nostro tema. Sono stati i giovani di quel piccolo Paese a svolgere, per me, questo tema. A quindici anni dal mio ultimo viaggio, ho trovato in Lesotho gli effetti di una tragedia che allora doveva ancora iniziare: quella dell'Aids. Il virus ha praticamente sterminato una generazione di giovani. Quello che ti colpisce girando per i villaggi è che tutta una fascia di età tra i trenta e i quarant'anni non esiste più. Immagina il dolore che ha attraversato quella gente: non c'è famiglia che non abbia avuto un lutto, non è passato un giorno senza un funerale. Sono mancati coloro che oggi avrebbero dovuto mandare avanti il Paese, un Paese poverissimo, tra i cinque più poveri al mondo. Un dramma immane, che avrebbe potuto creare un senso profondo di sfiducia, di rassegnazione. E invece quello che ho trovato, con mio grande stupore, è stata una generazione di giovani e giovanissimi che hanno una straordinaria carica vitale, una voglia incontenibile di riscatto. Sono ragazzi di 18-20 anni che hanno toccato con mano il vuoto della generazione che li precede, ma che non sono rimasti fermi, paralizzati dalle difficoltà: hanno capito che toccava a loro, semplicemente. E si sono dati da fare. In che modo questi ragazzi cresciuti in fretta hanno deciso di investire le proprie energie. Preparandosi con cura. Dedicando tutti i loro sforzi alla formazione. 15 anni fa era rarissimo trovare un giovane che parlasse bene l'inglese, oggi vale il contrario. Molti di loro si sacrificano per mettere da parte ciò che occorre per studiare; ma poi risultati si vedono: stanno costruendo una generazione preparata e motivata. "Let's make a better world" dicono, costruiamo un mondo migliore. Sono ragazzi moderni, hanno saputo prendere dalla globalizzazione le opportunità migliori e le stanno investendo anche per modificare alcuni aspetti delle loro tradizioni che avevano bisogno di essere superati. Penso per esempio al ruolo della donna. Il vento di questa generazione soffia in faccia al futuro del Lesotho come una grande speranza. A distanza di tanto tempo, come sei stato accolto? Era come se mi aspettassero. Non sapevano quando, ma tutti gli amici, tutta le gente che avevo conosciuto sapeva che un giorno sarei arrivato. In molte case mi hanno accolto nella più assoluta normalità, come se non ci fossimo visti da un giorno. Mi avevano tenuto vivo nel loro cuore, e questo era stato più forte di ogni distanza, più forte del tempo. Pensa che sotto il lettino nel quale facevo le terapie hanno lasciato per tutto questo tempo una brandina per il mio cane guida. Non sapevano quando, ma loro sapevano che un giorno sarei tornato. L'unica cosa che non potevano prevedere è che questa volta, sarei andato da solo. Che cosa ha significato, per te, essere lì senza avere l'aiuto del tuo cane? E' stata una prova di affidamento, verso gli altri. Ho dovuto rinunciare, in parte alla mia autonomia. Ma non è stato un sacrificio. Lì è normale che non ti muovi da solo, e non perché sia pericoloso, ma perché è normale andare insieme, stare insieme. Che cosa continua a toccarti profondamente di questo angolo d'Africa. Questo stile di vita mi conferma nel mio cammino di ricerca della semplicità. Questo saper vivere 'nel poco', case semplicissime, una sola stanza, senza acqua potabile, per luce un lume al petrolio, eppure di quel poco gioire e quel poco diffondere. Questo dar valore agli incontri, anzi vivere di incontri: quando la gente finisce di lavorare si incontra, sta insieme, dedica il suo spazio alla condivisione. E poi il tempo, ecco questo mi ha toccato tantissimo: il tempo che finalmente torna a essere abitato. Alle sette, quando è buio, tutti vanno a casa, percepisci che il giorno della natura è finito e così quello della gente. Da quel momento è solo silenzio. Al mattino si riprenderà prestissimo, alle prime luci dell'alba. Ecco questo incontrare di nuovo i ritmi naturali ti fa apprezzare il valore del tempo, quel tempo che noi spesso vogliamo gestire caricandolo di aspettative, di progetti, cercando di dilatarlo, di strizzarlo. Invece il tempo è fatto per abitarlo, per starci dentro. E questo lì, accade. |