ALZI LA MANO CHI NON HA PAURA

di Paolo Lupi

Nei primissimi giorni di questa epocale emergenza, giravano, sui social media, alcuni interessanti articoli e post su come spiegare la nuova diffusione del contagio da COVID-19 ai bambini e su quanto sia naturale la paura. 

Anche l’Ordine degli Psicologi, nel diffondere il suo interessante vademecum anti-ansia ai cittadini, mette al primo punto, del suo pieghevole, il tema della paura, indicandone la sua importanza ed utilità evolutiva.

E’ proprio vero: in questi giorni, proprio tutti, ci siamo trovati improvvisamente e sorprendentemente a tu per tu con la propria paura e le sue varie tonalità e sfumature.

Tutti: ogni singolo cittadino, all’interno delle nostre famiglie, nei gruppi informali di amici e conoscenti, con i nostri colleghi all’interno delle varie realtà professionali, e pure le persone che si occupano della nostra salute e della sanità, fino ad arrivare, ne sono certo, ai politici che guidano il nostro paese in questo momento così delicato.

Sappiamo bene e leggiamo quanto antiche siano le motivazioni nel provare paura, che aiutano l’essere umano a prevenire ed evitare pericoli, conoscere ciò che incontra e ciò che gli accade ed evolvere nel procedere della vita, costruendo la sua personalità e le sue azioni in risposta agli eventi.

Wolfgang Fasser, guida dell’eremo di Romena e musicoterapista, è solito esemplificare tematiche emotive attraverso storie ed esperienze legate al contatto diretto con la natura. A questo proposito, nel trattare la risposta a paure talvolta poco contenibili, indica l’importanza del fermarsi, e di stare in osservazione. 

“Se vediamo un serpente che striscia davanti a noi mentre camminiamo o mentre stiamo lavorando la terra, spesso la nostra risposta è impulsiva, reattiva, di fuga o di attacco. Posso velocemente prendere un bastone e provare ad ucciderla, così come saltare indietro e scappare rapidamente verso casa. Esiste invece anche un’altra strada da poter percorrere. Posso scegliere una terza via che può essere utile e che ci sposta in uno spazio maggiormente costruttivo: fare un passo indietro, fermarsi, osservare, e valutare la realtà che si manifesta davanti a noi per poi scegliere oculatamente le mie azioni. Forse posso scoprire che il serpente non è poi così interessato a me e sta cercando altro; o forse posso notare che è più impaurita lui di me”.

Questo piano di ascolto di sé, e della realtà che ci circonda, lo trovo quanto mai utile in questo periodo storico. Distanziarsi, disidentificarsi e guardare meglio, ci offre la possibilità di comprendere e in un certo senso di liberarsi. Ancor più lo riscopro in questi giorni di emergenza che sollecitano e portano una enorme variazione nelle nostre vite a partire dai livelli basici del vivere, il tempo e lo spazio.

Il tempo infatti sembra aver perso la sua dimensione consueta: in poco più di tre settimane tutto ciò che sembrava scorrere e fluire in maniera automatica, a tratti in modo frenetico e su binari ben delineati, adesso rallenta, e porta a confrontarsi con una riorganizzazione di una nuova realtà ancora indefinita, da costruire, e soprattutto ancora da esplorare e sperimentare. 

In un tempo brevissimo, abbiamo toccato con mano che quello che abbiamo vissuto fino ad un determinato momento della nostra vita, la comparsa di questo contagioso virus, improvvisamente è diventato “vecchio” ed in un certo modo non più adatto.

Accade lo stesso anche alla dimensione del nostro rapporto con lo spazio vitale. Il forzato ritiro nelle nostre case ed in prossimità dei nostri luoghi di residenza, ci richiede uno sforzo non da poco ed una riorganizzazione di molta parte del nostro essere. 

Per non parlare della cosiddetta “distanza sociale” dagli altri per evitare il rapido diffondersi del contagio che ci richiede di eliminare quel che più è vitale e necessario per l’essere umano: il contatto fisico e la vicinanza affettiva, la corporeità.

In questo senso, purtroppo, l’altro può diventare, anche solo in una prima rappresentazione mentale, il nostro silenzioso nemico da tenere lontano perché minaccioso.

All’interno di questa grande precarietà, e assommandosi a quanto di precario la nostra generazione stava già sperimentando negli ultimi decenni, ci troviamo a sentire decisamente molta paura.

Ci riscopriamo ancor più fragile e “nudi”.

Ma è proprio in questi momenti di fragilità più manifesta, là dove avviene un certo “svelamento” di noi stessi, in quello stesso spazio dove siamo portati, volenti o nolenti, a lasciare andare in un colpo solo molte delle nostre sovrastrutture e sicurezze, ecco che ci può apparire più chiara anche l’opportunità di conoscere, e conoscersi, potenzialmente meglio.

Possiamo scegliere, per dirla sempre attraverso la metafora di Wolfgang Fasser, di attaccare il serpente davanti al nostro cammino, fuggire via e ritirarsi, richiudendosi nei nostri spazi rassicuranti, o invece fermarsi, fare un passo indietro, ed osservare, ascoltare; e dal centro del nostro animo, scegliere consapevolmente e più nitidamente le nostre priorità, pianificare e progettare lo spazio ed il tempo che vogliamo costruire. Quel che ancora non c’è.

Nell’aderire alle legittime e necessarie richieste dei nostri governanti sull’adottare misure di contenimento dell’epidemia, risulta altrettanto necessario ed urgente l’atto di responsabilità primaria dell’osservazione autentica di noi stessi, delle nostre fragilità e soprattutto delle nostre risorse. Durante quest’opera continua di “artigianato esistenziale”, con quel che ci resta tra le mani, proviamo a partecipare attivamente per ristabilire le giuste proporzioni delle cose che ci accadono. Tutto questo lavoro sarà prezioso per noi e per le persone che incontreremo quando tutto sarà finito. 

Attraverso quel materiale fondante e prezioso di cui siamo fatti, attraverso il nostro progetto più intimo, possiamo farsi trovare pronti nel contribuire al possibile rinnovamento individuale e collettivo.

Domandiamoci: Quale energia e quanta attenzione voglio offrire per contribuire alla costruzione di nuovi scenari da sviluppare? Quale la mia immagine dell’uomo e del mondo e il sogno creativo del domani? Cosa intendo sviluppare e come voglio partecipare al futuro? In quali luoghi, a chi in particolare, ed in che modo voglio indirizzare tutto il mio amore e le mie più nobili azioni?

A lavoro dunque! E da subito.

Utilizziamo bene questo “nuovo” tempo ed esploriamo con curiosità questo “nuovo” spazio perché è temporaneo! Passerà questo tempo… E si formeranno nuovi equilibri, individuali, sociali, politici. 

Per questo è necessaria la partecipazione di tutti; per contribuire attivamente alla costruzione di una rinnovata umanità, attraverso le nostre piccole ma inesorabili trasformazioni. 

Il rinnovamento collettivo non può prescindere da un’autentica ed umile ricerca personale.

Non credo che ci sia bisogno di superuomini, ipercompetenti, onnipotenti e pieni di certezze. Abbiamo invece il bisogno di ripartire come uomini e donne che provino ad abitare lo spazio vuoto del loro centro, che abbiano il coraggio di rimodellarsi, a partire dal precario e dall’incerto, con presenza attenta e determinata, ma con fiducia folle e cuore aperto.

Abbiamo necessità di continuare a camminare sostenendo la “scomodità” creativa dell’aver davanti un sentiero ancora da battere, accogliendo quel che ancora non ha forma, mettendo insieme, facendo sintesi delle nostre energie interiori, osservando intimamente ed in modo autentico quel che si muove dentro: specchio fedele, seppur parziale, di quel che accade anche nella società.

In questo modo, e provando ad integrare le nostre parti, anche quelle più buie e scomode, possiamo partecipare alla costruzione di nuovi paradigmi e provare a creare sempre più giusti rapporti tra gli esseri umani, all’interno della nostra “casa” ed insieme agli altri esseri viventi.