Ascoltare il bosco di notte quando gli occhi non servono

 

di Maria Cristina Carratù

da: La Repubblica, 27 luglio 2005

L’APPUNTAMENTO è nel centro di Quorle, una minuscola aia presidiata  da una chiesetta, a notte già cominciata. Ci si presenta al buio.  “Da dove venite?”, chiede Wolfgang, “da Milano, da Roma, da Firenze”, si risponde dallo scuro, a malapena distinguendo le sagome dei compagni di viaggio, ci si orienta con le voci, una donna, un uomo, un giovane, un anziano, c’è anche un bambino. Zainetto per lo spuntino di mezzanotte, scarpe pesanti, “niente pile, per favore”. Wolfgang tiene al guinzaglio il vecchio cane Dusty, che annusa qualche odore selvatico. Partenza. Si va ad ascoltare il bosco, il “paesaggio sonoro” di una notte d’estate sui monti del Casentino. Le voci, i mille suoni di una vita segreta e febbrile ignota alle nostre orecchie sovraccariche, distratte da troppi rumori di fondo. Ci guida questo svizzero cinquantenne dal passo pesante e dai gesti dolci, un’ala di canto nella voce, che ci riserva un segreto, ma lascerà a noi di intuirlo.

La vallata di Poppi è laggiù, lontana, piena di luci. C’è una falce di luna, uno stellato infinito. “E’ luna calante, vedete?”. Wolfgang apre la fila con Dusty, si entra nel folto, il sentiero si snoda fra rocce e radici. Seguiamo la nostra guida, rassicurati dal suo passo regolare. Impazzano i grilli notturni. “Ci passa il lupo, qui”, sul sentiero se ne vede lo sterco. “Il lupo?”esclama il bambino, da qualche punto del buio. “E’ un animale pieno di paure, sai ” spiega la voce pacata della guida. “E’ lui che ha paura di noi”. Fra le frasche, un fruscio frettoloso, come di fuga. E’ la volpe. Più in là, un gemito cupo, soffocato. Che strano uccello, dice qualcuno. No, è la voce del cucciolo di capriolo. “Tendete l’orecchio, dice Wolfgang, concentratevi sui rumori e imparate a immaginarne l’origine, la fonte. Non è difficile. Non vi sbaglierete”. Il grido dell’allocco. Il volo precipitoso di un barbagianni. Ecco: mille rumori escono da un tutt’uno indistinto, e si trasformano in figure, animali, piante. Si impara a trovare gli aggettivi per i rumori, gli odori, questo frinire è “legnoso”, questo profumo “caldo”.

Un refolo acuto esala da chissà dove, “è eliocriso, serve per curare le vie urinarie” dice Wolfgang, allungando sicuro una mano,  “sentite che profumo”. Gli odori nelle narici, i rigidi steli degli arbusti fra le dita. A destra il mirto, a sinistra il lentisco, e laggiù, dove il sentiero scende fino a una insenatura umida, la menta acquatica. “Lo sapete, che lungo questi sentieri si trova l’occorrente per curarsi nell’arco di tutto l’anno?” Chi può saperlo, chi può nemmeno più immaginarlo.

Sotto i piedi, a seconda dei punti, rocce dure, galestro, terriccio, fango duro come asfalto, tappeti di foglie marce. “Il paesaggio parla da sotto le suole” ci avverte la guida. “A forza di tender l’orecchio, e il naso, e le mani, ho imparato a conoscerlo punto per punto, anche se cambia continuamente, di giorno di notte, dopo una pioggia, dopo un periodo di siccità, a seconda delle stagioni”. Wolfgang vive quassù da quindici anni, in una minuscola casa di contadini resa appena più salubre, ma lasciata intatta. Niente frigorifero, stufa a legna per l’inverno, che  è sempre carico di neve. Ha pulito tanti sentieri del bosco con le sue mani, racconta, riaprendoli per le sue escursioni. E’ quasi mezzanotte, e su un poggio la compagnia si ferma. Meraviglia, stanchezza. La volta stellata è inconcepibilmente grandiosa. Rare lucciole destano in tutti un fremito infantile. Ci si mette ad ascoltare. Wolfgang parla  sottovoce, lentamente, ma soprattutto tace. L’ultimo residuo di calore del giorno, a occidente. L’oriente appena più freddo, posato lieve sulla guancia. “Così ci si può orientare anche a occhi chiusi”. Un aereo. La temperatura che si abbassa, di minuto in minuto. L’umido che avanza. I ritmi vitali che rallentano. Lunghe pause di silenzio. Una specie di guida alle sensazioni minute del corpo, per capire che ore sono, cosa sta accadendo alla notte. L’una, l’una e mezzo. Gli occhi si sono abituati al buio, alla debole luce della luna distinguono meglio le sagome del paesaggio, dei compagni, ma è come se, in questo momento, tutto ciò contasse di meno. Una specie di occhio interiore, che si serve di orecchie, naso, pelle, più che delle pupille, è diventato il nostro senso prevalente. Anche i nostri compagni di viaggio, di cui tuttora non conosciamo i volti, abbiamo imparato a distinguerli dal passo, dalla voce, dal respiro, dal modo in cui danno la mano. “Chissà che cosa avremmo detto gli uni degli altri se, all’inizio, ci fossimo visti e squadrati da capo a piedi” ride Wolfgang. “I nostri occhi, a volte, sono trappole. Li usiamo per controllarci continuamente, e tenerci a distanza”. Ora  c’è una strana fratellanza fra noi ombre, ombre però fatte interamente di sensi. “Non è forse vero che per gustare fino in fondo qualcosa di profondo, dobbiamo chiudere gli occhi? Come quando si ascolta un concerto, si fa l’amore, si prega”.

Brusca rivelazione statistica di Wolfgang: “una ricerca ha mostrato che un ragazzo di vent’anni, con un consumo medio di giochi visivi e di tv, ascolta, cioè usa l’udito, soltanto se non riceve informazioni dal campo visivo. Capite? Siamo tutti mutilati”. Si tace, meditabondi. “E d’altra parte, il nostro udito è diventato così grossolano. Siamo abituati a un sottofondo rumoroso continuo. Quello che ci colpisce, ormai, non sono più le finezze, ma i rumori violenti. I più forti, non i più significativi”.

Le due, le tre. Delicata, impercettibile, è cominciata la fase profonda della notte, la notte-notte. Il picco del silenzio, del freddo, della stasi, del sonno della natura. In questa stagione, fra le tre e le quattro. Un attimo sospeso, una frazione di millesimo di tempo. Ed ecco, il primo presentimento del mattino. Le prime sfumature del cielo, il primo trillo di uccello. Il fruscio di uno scoiattolo. Gli uomini laggiù, nella valle, che riavviano i loro rumori. E tutto che lentamente ricomincia.

E’ l’ora di tornare. Alla luce dell’alba si scopre che il “centro” di Quorle è abbandonato, da chissà quanto. Ma è l’”altro” paese, quello immaginato al buio, che ci resta dentro. E adesso, è come se una sorta di pudore, di rispetto per la parte sacra di ognuno di noi, che ci siamo già svelati in silenzio, ma su cui nessuno sguardo indagatore dovrebbe posarsi, ci impedisse di rivelarci agli occhi dei nostri compagni notturni. Preferiremmo salutarci come ombre, e mantenere viva nella pelle, sul corpo, nel naso, il ricordo di quelli che abbiamo conosciuto così. Ma la luce arriva implacabile, a svelare, mettere al mondo le cose, e soprattutto toglierle. E si posa sul volto di Wolfgang, sui suoi occhi contratti, semichiusi. Dove, assicura, “non è mai buio, e c’è sempre una luce”. Da trent’anni. Sorride. Dusty non ha un collare, ma il doppio manubrio del cane dei ciechi, con sopra la croce rossa.  La nostra guida ci saluta uno per uno. Libera Dusty, che corre verso casa, e lo segue col suo passo sicuro, da veggente, facendo ciao con la mano a noi tutti, impietriti dallo stupore. Vergognosi di noi, delle nostre facoltà piene, e così male usate. Dei nostri occhi ciechi, della nostra felicità striminzita.

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