Il mio Atelier di improvvisazione musicale e i suoi frequentator

Di Wolfgang Fasser Musicoterapeuta, SFMT, AIM

Ho deciso di praticare la libera professione dopo 12 anni di attività specialistica in ospedale come praticante fisioterapista, supervisore clinico e docente.

Questa scelta è stata intrapresa soprattutto per liberarmi dai condizionamenti obbligati di un’istituzione e per soddisfare le mie esigenze di lavorare secondo un approccio olistico.

Il mio lavoro fisioterapico, a partire dalla collaborazione con il policlinico psichiatrico e il reparto psicoterapico sotto la guida del Prof. Jürg Willi, all’ospedale dell’università di Zurigo negli anni 1982-1987, è stato arricchito da esperienze di musicoterapia ricettiva, da attività espressive attraverso mezzi creativi e da colloqui di sostegno.

Il perfezionamento post-diploma in terapia breve, terapie integrative con coppie e famiglie, molteplici e varie psicoterapie umanistiche incentrate sul corpo e i principi di psicologia transpersonale hanno approfondito la mia comprensione nei confronti delle persone malate esprimendosi, con maggiore incisività, anche nelle terapie corporee.

Prima di emigrare in Italia, nel 1990, ho lavorato per tre anni come fisioterapista nell’ambito di un progetto internazionale di cooperazione allo sviluppo (Solidarmed Switzerland) presso il Paray Hospital a Thaba-Tseka nel Lesotho, un piccolo stato del sud Africa.

La collaborazione con i medici tradizionali del luogo, ovvero gli Sciamani del Clan Matuela, ha contribuito a farmi acquisire una chiara visione del benefico legame tra medicina curativa con le erbe, la musica, la danza, il canto, il pensiero e l’agire incentrato sul sistema, sulle persone e sulla natura circostante.

Questa visione più profonda con gli anni mi ha condotto ad agire e a pensare secondo modalità che oggi trovano difficilmente spazio nel quadro istituzionale. Di conseguenza, dal 1990 ho cercato una nuova forma di attività professionale e nel 1999 ho istituito ed aperto l’Atelier di improvvisazione musicale “il Trillo”.

Grazie alla comunità monastica di Camaldoli ho potuto disporre di un ambiente appropriato per la mia attività e dunque la realizzazione del mio obiettivo.

Il testo che segue descrive questo luogo, la sua struttura e i gruppi di pazienti che lo frequentano.

L’Atelier di improvvisazione musicale nella fattoria del monastero di Camaldoli

“La Mausolea”, questo è il nome della famosa fattoria del monastero di Camaldoli, è situata presso una piccola zona industriale nel centro della valle.

L’intera area è formata dagli edifici monastici, una scuola pubblica, una stalla per cavalli e l’edificio, risalente al XVI secolo, che comprende oltre all’Atelier “il Trillo”, il laboratorio per la fabbricazione dei prodotti dell’antica farmacia del monastero, un laboratorio per la preparazione delle erbe e la lavanderia del monastero. Complessivamente nell’edificio lavorano cinque persone.

La fattoria, facilmente raggiungibile anche in inverno con la neve, è circondata da grandi campi, verdi prati, vigneti e orti. Al visitatore si offre pertanto una vista idilliaca.

Ogni giorno, durante l’intervallo scolastico molti bambini si riversano nell’incantevole cortile, all’interno del quale si impone un albero antichissimo, e adornano con le loro voci il tranquillo paesaggio sonoro della campagna.

L’ambiente

L’Atelier “il Trillo”,  si trova al primo piano ed è composto da tre stanze di media grandezza, ben illuminate ed orientate verso sud: la stanza per la musicoterapia di gruppo, chiamata anche la “stanza del pianoforte”; la stanza per la musicoterapia individuale, denominata anche “stanza del gong”; la stanza per la musicoterapia medica orientata sul corpo.

Tutte le stanze sono state rinnovate con uno stile semplice, dipinte di bianco, con soffitto a stucco  e pavimento in pietra; le porte sono in legno di colore naturale come pure gli infissi interni delle finestre. Le stanze sono asciutte, facilmente riscaldabili e facili da tenere pulite.

Al momento (anno 2000) le porte e le finestre non sono ancora dotate di isolamento acustico, tuttavia i muri spessi attutiscono il suono molto bene, tanto che le parole o i suoni mezzo forti provenienti dal corridoio o dalle scale non si sentono assolutamente.

In un futuro prossimo sono previste misure di isolamento acustico e un pavimento in legno così da garantire al paziente, durante le sedute musicoterapiche, l’intimità necessaria.

La stanza del pianoforte

La stanza del pianoforte è molto grande, ha un’ampiezza di quattro metri per cinque, inoltre è alquanto luminosa e allegra.

Al centro si trova un tappeto marrone circondato da otto sedie di legno rivestite in paglia, delle quali quattro grandi e quattro piccole. Sul pavimento ci sono inoltre due cuscini.

Lungo le pareti ci sono degli strumenti: un pianoforte nero, il balafono, due tamburi e vicino alla finestra tre maracas.

In un angolo della stanza si trova poi un gong cinese giallo e in un altro una fila di campane a forma di tubi intonate con la scala gregoriana.

Alla sinistra del pianoforte c’è un piccolo mobile dove si trovano il telefono e l’agenda per annotare gli appuntamenti; alla destra un amplificatore per chitarre.

Questi sono gli oggetti che normalmente si trovano nella stanza; ciascuno ha la sua precisa collocazione, che al termine di ogni seduta ritrova nuovamente (“reset del setting standard”).

Sopra un tavolino ad angolo ci sono libri e testi scelti in base ai possibili interessi dei genitori dei bambini. Intenzionalmente predispongo letture su temi di musicoterapia e handicap, sostegno alla genitorialità. Le mamme mentre aspettano leggono volentieri ciò che vi trovano.

Sulle pareti sono attaccate dodici immagini raffiguranti bambini di tutti i continenti: espressione di una società multiculturale. In questo modo bambini stranieri, sconosciuti e talvolta con handicap, mostrano al piccolo visitatore la loro presenza. Ad esempio, c’è Ntabiseng, una piccola bimba africana, che balla con la sua ombra: un motivo che spesso utilizzo anche con gli adulti per invitarli ad affrontare la propria ombra con coraggio.

La stanza del pianoforte serve in primo luogo come stanza di musicoterapia di gruppo e solo ogni tanto viene utilizzata anche per i trattamenti individuali; diventa invece sala di aspetto per i genitori quando lavoro nelle altre stanze con i bambini portatori di handicap.

Le esclamazioni spontanee delle persone entrate per la prima volta nella stanza sono state: “oh, che bello…”; “oh, come è accogliente…”; “si vede che qui si fa musica…”; “un paradiso per i bambini ma anche per gli adulti…”; “certo, questo è un posto particolare a cui non siamo abituati …e queste foto di bambini?”; “… ma io non so suonare il pianoforte…”; “io sono stonato come una campana…”; “che cos’è questo?”, indicando il balafono africano.

La stanza del gong

Ogni persona che entra nella “stanza del gong” capisce immediatamente perché sia chiamata in tal modo: un grande gong cinese, color bronzo, di circa 95 cm di diametro si erge imperioso nella stanza.

La stanza ha un’ampiezza di quattro metri per quattro, ha una finestra e un’altra porta comunicante con la stanza per la musicoterapia medica orientata sul corpo.

Il visitatore entrando vede inoltre un grande sipario color giallo ocra da teatro. Dietro potrebbe nascondersi un palcoscenico; in realtà nel nascondiglio si trova invece l’armadio degli strumenti dove infatti sono riposti diversi strumenti musicoterapici e i giochi didattici per l’educazione sensoriale e altri esercizi.

Di fronte al sipario, lungo la parete è posto il lettino sonoro, formato da una tavola di legno sotto la quale è collocato uno strumentario composto da 55 corde, tipo arpa (vedi capitolo 11). Al di sopra è appesa l’unica immagine: l’alba in un paesaggio di montagna; i raggi luminosi del sole penetrano attraverso l’oscurità della foresta, simbolo della conoscenza progressiva dello sconosciuto.

Accanto alla porta comunicante si trova un rombo quadrato di legno, con una superficie dorata di ottanta centimetri per ottanta. Si tratta di un sussidio per la stimolazione visiva ed è allo stesso tempo un’asse di risonanza.

La luce della stanza può essere variata per adattarsi alle diverse situazioni. Il pavimento può essere ricoperto con materassi o coperte, così da lavorarci sopra quando necessario. Prossimamente il pavimento verrà rivestito con il parquet.

Nell’entrare le espressioni spontanee dei visitatori non abituali sono generalmente le seguenti: “oh …” cui segue quel silenzio dovuto per lo più a stupore; “che meraviglia!”; “posso suonare il gong?”; “e questo lettino a che cosa serve?”; “questa stanza è davvero particolare, è piena di oggetti speciali”; “che pace c’è in questa stanza!”.

La stanza piccola

Una volta attraversata la stanza del gong, si raggiunge la piccola stanza (la cui superficie è tre metri per quattro): qui mi dedico alla musicoterapia medica incentrata sul corpo.

L’ingresso è decorato con uno specchio a grandezza d’uomo ed il pavimento è coperto con un tappeto rosso.

Al centro della stanza si trova il lettino mobile per i trattamenti ed accanto la mia sedia. Sulla parete di fronte c’è una grande finestra e alla sua sinistra un attaccapanni e due mensole su cui poggia lo stereo. Lungo la parete di destra si trova un piccolo armadio chiuso che contiene le lenzuola di lino e gli utensili per l’attività clinica; accanto un piccolo lavabo e vicino ad esso, nella rientranza della porta che si affaccia sul corridoio, la cuccia di Dusty. Per nascondere la porta ho montato una tenda da teatro rosso porpora: Dusty sta dunque nella sua cuccia come un principe nel castello.

Lungo l’altra parete si trova una cassettiera a muro costituita da piccoli cassetti bianchi con maniglie rosse. Si tratta dell’archivio dell’amministrazione del monastero che non poteva essere spostato. Al centro è appeso un grande tamburo sciamano.

Dalla parte opposta è appeso un quadro, stile collage, che raffigura frammenti  variegati della Scozia: motivi della natura e di strumenti musicali tradizionali.

L’illuminazione anche in questa stanza può essere adattata alle diverse situazioni.

Nell’entrare i commenti dei visitatori non abituali sono in questo caso per lo più del tipo: “guarda che bella cuccia ha il cane!”; “che specchio grande!”; “stando sdraiati, dalla finestra si ha proprio una bella vista!”, “è qui che fa i trattamenti?”, “qui sembra di essere come dal dottore!”.

Il mantenimento dell’ambiente è una vera sfida dato che ci vive anche un cane: alle pulizie ordinarie che faccio personalmente si aggiungono pertanto quelle effettuate con regolarità da una persona assunta ad hoc.

Nel complesso considero l’organizzazione dell’Atelier come un’opera in progress. Le basi sono piantate e adatterò via via i locali alle esigenze che emergeranno nel corso del tempo. Per esempio, cambierò i vetri con quelli antisfondamento per proteggere i bambini iperattivi con scarso controllo dei loro gesti impulsivi; insonorizzerò ogni stanza così da garantire pienamente la privacy ad ognuno; rivestirò tutti i pavimenti con il parquet in maniera da rendere l’ambiente ancora più caldo e offrire la possibilità di muoversi liberamente senza scarpe.

L’Atelier e la sua comparsa pubblica

Alla porta di ingresso dell’Atelier è posta una targa che comunica al visitatore che qui si trova appunto l’Atelier di improvvisazione musicale “il Trillo”.

Intenzionalmente non chiamo l’Atelier solo “Atelier per la musicoterapia” poiché, secondo la mia concezione di terapia, vorrei rappresentare il tema della libera improvvisazione sia nell’ambito preventivo che in quello formativo. Inoltre, l’Atelier deve essere un luogo di integrazione dove chiunque sia interessato alla mia attività possa formarsi e crescere.

Sia per i professionisti che per i dilettanti o addirittura i profani interessati, pubblico degli opuscoli informativi per descrivere una visione originaria sul significato di “musicoterapia” ed articoli sulla essenza stessa della musicoterapia; infine, elaboro annualmente il rapporto delle attività realizzate.  Ad oggi, siamo nel 2007, sono stati pubblicati 10 volumi del TrilloNews e tre rapporti annuali.

In questo modo vorrei da una parte contribuire alla divulgazione di informazioni appropriate sul tema della musicoterapia ed alla sua diffusione a livello locale e dall’altra sensibilizzare il più possibile le istituzioni che collaborano e rendere nota l’esistenza di questa risorsa nel territorio.

Le pubblicazioni diffuse via internet sul sito del Trillo (www.iltrillo.org) , hanno raccolto grande interesse nel pubblico.

Nell’insieme il sito del Trillo si è rivelato un valido mezzo di informazione: presenta il lavoro e le particolari attività terapeutiche, formative e artistiche che realizzo; la programmazione dei corsi ed il loro contenuto; gli articoli scritti nel passato oppure quelli che mi sono utili per le attività in corso.

Diverse istituzioni hanno incluso questo Website come link.

Anche la posta elettronica è uno strumento molto utile per lo svolgimento della mia attività e soprattutto per me ha il grande vantaggio di potere avere accesso diretto e lavorare in maniera autonoma; infine, non è da sottovalutare il risparmio di tempo e di lavoro.

I frequentatori dell’Atelier

Dall’analisi dei 103 pazienti che hanno seguito terapie musicoterapiche, individuali o in gruppo, negli anni 2000-2001, emerge chiaramente la mia impostazione terapeutico-riabilitativa.

I pazienti infatti sono prevalentemente persone portatrici di handicap o temporaneamente malate che approfittano della proposta musicoterapica dell’Atelier per sottoporsi a trattamenti terapeutici- riabilitativi (vedi figura 1).

Nell’insieme, dei pazienti che frequentano l’Atelier di improvvisazione musicale, i due terzi sono venuti a conoscenza della sua esistenza tramite familiari e parenti oppure amici e conoscenti, mentre un terzo per via istituzionale, ovvero attraverso il medico di famiglia, i servizi socio-sanitari o le associazioni dei genitori che operano nel campo della tutela dei bambini portatori di handicap.

Anche quando la decisione di sottoporsi a trattamento musicoterapico sia stata intrapresa dai pazienti in maniera autonoma, è sempre stata sostenuta dai loro medici curanti.

Le ragazze e le donne nell’insieme sono quasi il doppio dei ragazzi e degli uomini: il 63,1% contro il 36,9%. Il gruppo di persone è comunque troppo piccolo per trarre ulteriori conclusioni.

La maggior parte dei pazienti (3 su 4) proviene dalla provincia locale o dai comuni limitrofi, risiede dunque rispetto al Trillo in un raggio territoriale dai 3 ai 5 Km.

Nonostante 4 pazienti su 5 siano adulti, più della metà del mio tempo è dedicata ai bambini poiché, al contrario degli adulti, essi seguono prevalentemente forme di terapie “a cicli lunghi” , vale a dire dalle 35 alle 70 sedute all’anno.

Nell’insieme, la fascia di età dei pazienti ha un “range” molto ampio: va dai 3 ai 76 anni; l’età media è di 37,8 anni.

Allo stato attuale la proposta è pertanto adulto-centrata, ma con l’andare del tempo vorrei cambiarla a vantaggio dei bambini e dei ragazzi.

Considerando che la percentuale di minori residenti nella provincia è pari al 14,8%, il 18,4% relativo ai più piccoli pazienti del Trillo assume comunque un discreto spessore (vedi tavola 1).

Tavola 1. Pazienti che hanno seguito terapie musicoterapiche negli anni 2000-2001

per tipologia

La significativa distribuzione dal punto di vista antroposofico del corso della vita in cicli di 7 anni, mostra il seguente sviluppo armonico:

Figura 2. Pazienti che hanno seguito terapie musicoterapiche negli anni 2000-2001

per classi di età (valori percentuali)

Numeri dettagliati sull’attività dal 2000 al 2007 sono pubblicati in dettaglio nella pubblicazione Sette Anni Buoni – Riscontri empirici sull’attività con pazienti di un centro di musicoterapica in Toscana dal 2000 al 2006, Costanza, Vesalius, 2007.

La musicoterapia con  i bambini si distingue da quella con gli adulti.

I bambini che mi sono stati affidati per trattamenti musicoterapici hanno disturbi fisici, sensoriali e mentali, problemi di ritardo nello sviluppo, comportamento inadeguato, oppure presentano segni di autismo. La mia seconda professione di fisioterapista è molto utile per l’aiuto ai bambini affetti da paresi cerebrale-infantile (PCI).

Gli adulti invece scelgono il trattamento musicoterapico soprattutto per superare disturbi passeggeri o cronici di natura fisica, disturbi psicosomatici oppure, in secondo luogo, difficoltà psichiche o psicosociali o per cercare di affrontare al meglio malattie gravi o particolari momenti della vita. Le loro diagnosi mediche sono comprese per lo più negli ambiti della reumatologia, neurologia, oncologia, medicina interna, psicosomatica e psichiatria.

In quasi tutti i processi terapeutici il corpo gioca un ruolo importante quale “luogo” dell’origine o luogo del dolore e, a volte, costituisce il centro dell’intero lavoro.

Dall’indagare come i pazienti del Trillo vivano la loro musicalità, in particolar modo la voce e le pratiche strumentali, emerge che la maggioranza dei partecipanti è costituita dai così detti “profani” musicali. Se la quasi totalità (il 99%) dei pazienti ascolta regolarmente la musica, quote nettamente inferiori suonano o cantano per se stessi (il 40,8%) oppure insieme ad altri (il 30,1%); studiare uno strumento oppure canto a livello amatoriale o professionale è invece una prerogativa di entità assai esigue: del 6,8%  per lo studio amatoriale e del 7,8% per quello professionale. La maggioranza dei partecipanti è dunque costituita dai così detti “profani” musicali.

La desiderata integrazione di profani musicali, amatori e professionisti, si è evidenziata fin dall’inizio delle attività al Trillo.

Accanto all’attività terapeutico-riabilitativa mi dedico, anche se in piccola parte, a compiti di formazione. I partecipanti alle attività formative sono persone specializzate come insegnanti, educatori, terapisti, educatori terapeutici e medici, oppure studenti di conservatorio e diplomati in musica.

Il lavoro didattico completa positivamente la mia attività terapeutica e mi aiuta a sostenerne meglio il carico emotivo.

Queste stanze di musicoterapica sono state cambiate nello sviluppo dell’Atelier. Nel 2003 l’Atelier è stato trasferito per poco tempo a Soci e ha trovato la sede definitiva in una vecchia scuola a Becarino, nel comune di Poppi. La descrizione del nuovo Atelier  pubblicata nell’articolo “Il Nuovo Trillo” e può essere letto nel nostro sito.

Tratto da “Crescere Insieme”, Vesalius, Costanza, 2007