Avvicinarsi alla realtà musicoterapica

 

UNA PROPOSTA, NOZIONI PER GLI STUDENTI DI MUSICOTERAPIA

di Wolfgang Fasser

Questo volume è costituito da differenti articoli che gli autori hanno gentilmente permesso di pubblicare. Queste nozioni, che vogliono essere un invito ad un percorso per gli studenti di musicoterapia, mettono a fuoco, in particolare, tre linee di sviluppo:

  1. la relazione teraupetica
  2. l’autobiografia psico – musicale
  3. l’osservazione di sé e dell’altro.

Per crearsi le competenze relazionali – comunicative e di osservazione è necessario un processo di formazione sia professionale che umano. Il lavoro su noi stessi in questo senso è basilare e nutrirà la musicoterapia da condividere con il paziente.

Ulteriori particolari ed informazioni attuali sulla musicoterapia sono e saranno aggiornati nel sito www.iltrillo.org

1. Setting, terapia e relazione terapeutica

Appunti per l’attività musicoterapica individuale con i bambini(*), di Wolfgang Fasser

In qualità di musicoterapisti accompagniamo i bambini spesso per periodi di tempo abbastanza lunghi. Il nostro rapporto, elemento significativo del nostro salutare stare insieme, va oltre l’aspetto professionale. Incontriamo i bambini anche come persone, come uomini, siamo testimoni della loro crescita. La nostra prospettiva è orientata alle esigenze del bambino; il clima relazionale e le regole di base della crescita costruiscono uno spazio nel quale crescita e cura possono coesistere e accadere.

Che cosa significa, per noi musicoterapisti, questo concetto di base? Di quali capacità e disposizioni abbiamo bisogno per andare in questa direzione? Come si manifesta, tradotto nel quotidiano, questo setting mentale?

Nel seguito descrivo, in modo coinciso, gli aspetti centrali di questa tematica. Si tratta di risultati attuali formulati attraverso la pluriennale esperienza di terapeuti attivi nel settore della terapia infantile. Dovrebbero servire a sollevare domande, riflessioni e conferme.

Una visione di vita adeguata alle esigenze dei bambini:

“I bambini sono bambini e non dei piccoli adulti”, secondo un teorema ben radicato. Questa realtà è facilmente comprensibile; senza volerlo la dimentichiamo oppure, sotto la spinta di molteplici fattori, spesso non ci sentiamo in grado di rispettarla nel quotidiano. Nella società odierna il bambino, i suoi bisogni e i suoi diritti, assumono un posto di rilievo positivo (Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia del 20/11/1989; la legge n.285/1997, etc.). E’ da ciò che sono emersi dei processi che consentono a noi “grandi” di indagare su una visione di vita ormai centrata sugli adulti e di descrivere nuove visioni. E’ così che oggi noi formuliamo risposte a domande come:

Che cos’è una visione di vita incentrata sul bambino? Di quali disposizioni e capacità abbiamo bisogno noi adulti per capovolgere questa visione adultocentrata in una bambinocentrata?

“… La costruzione di una cultura dell’infanzia passa attraverso il cambiamento dell’adulto nella direzione della crescita di una sua capacità di attenzione e di risposta ai bisogni dei minori e richiede una capacità di coinvolgimento a tutti i livelli:

Tra gli elementi critici che emergono nella promozione dell’essere protagonisti dei bambini vi è una loro “equiparazione” agli adulti, nel senso di adultizzare i bambini (nei consumi, nelle mode, nel linguaggio) e di infantilizzare gli adulti. Una scorciatoia, tentata anche empiricamente da una generazione di genitori, è stata quella di cambiare il rapporto tra adulti e bambini considerandoli tutti uguali, costruendo così un “imbroglio”, con la delega ai bambini delle responsabilità che toccherebbero agli adulti. Per essere bambini è necessario che ci siano gli adulti. E il dialogo tra differenti generazioni è una sfida”.

(Stefano Ricci, a cura di, “Il calamaio e l’arcobaleno”, Centro nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia, 2000).

Abbiamo a disposizione diversi metodi per acquisire queste capacità e per confrontarci con diversi colleghi.

Oggi spesso i musicoterapisti utilizzano a tal scopo i seguenti metodi: auto esperienza musicoterapica di gruppo, la musicoterapia didattica di gruppo, la supervisione professionale centrata sul lavoro effettuato e il musicoterapista stesso, l’intervisione e, più semplicemente, il colloquio personale aperto con un collega interessato.

L’auto esperienza musicoterapica in sedute individuali regolari, fatta in un arco di tempo da 1 a 2 anni, costituisce un efficiente strumento. Questo processo della musicoterapia didattica, quasi simile all’analisi formativa degli psicoanalisti, serve prima di tutto a noi stessi a prendere consapevolezza della sfera diadica, in altre parole a vivere in prima persona la musicoterapia individuale. Questa esperienza risulta particolarmente importante poiché noi, nella musicoterapia ad orientamento terapico riabilitativo, accompagniamo soprattutto i bambini nelle situazioni individuali. Questo tipo di formazione professionale e soprattutto personale è ancora poco diffuso e c’è da augurarsi che il suo valore vada riconosciuto.

Il clima relazionale educativo di base

Chiari confini riconoscibili, trasparenti e permeabili sono di grande aiuto in qualsiasi relazione, come pure poche ma stabili regole che producono dei punti di appiglio rassicuranti e aprono spazi di libertà. Possiamo chiederci: quali sono i pilastri base dell’ambito relazionale e di quello educativo che noi immettiamo nel nostro setting musicoterapico? Quali sono gli “universali” che nonostante la considerazione dei fattori socio-culturali continuano a sussistere?

Carl Rogers, nel suo principio umanistico incentrato sulla sua persona, ha formulato i tre valori di base (vedi Scardovelli M.: “Il Dialogo sonoro”, 1997):

Questi sono per me di natura fondamentale per tutte le forme di dialogo, anche quello del linguaggio sonoro-musicale.

L’accompagnamento terapico per lunghi periodi di tempo è certamente una sfida professionale, ma soprattutto personale ed esistenziale. In corrispondenza di questa esperienza vorrei descrivere il clima relazionale che io, in qualità di musicoterapista, offro:

I bambini hanno bisogno di regole, anche nella stanza della musicoterapia. I nostri strumenti costituiscono un centro di attrazione magico e invitano a qualunque progetto. Spesso li identificano come qualche cos’altro, non solo come strumento e vorrebbero utilizzarli di conseguenza. Le difficoltà fisiche e psichiche non sempre consentono loro di agire attentamente. L’analisi approfondita di questi fattori ci offre chiare considerazioni sulla forma necessaria del setting e sulla scelta dello strumentario. La pratica è il miglior insegnante: sono i bambini che ci mostrano tutto ciò che si può fare con gli strumenti, niente è impossibile!

Nella ricerca di regole educative costruttive, valide generalmente e indipendenti dalla terapia, mi sono basato sull’espressione orientativa della psicologa Silvia Vegetti Finzi delineato in “Vado a scuola” (Dipartimento per gli Affari Sociali, Centro nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia e l’adolescenza): un testo scritto per i genitori che hanno un figlio che sta frequentando il primo anno della scuola di base.

“… Poiché il desiderio è onnipotente e la fantasia dilagante, risulta difficile, quando si è ancora immaturi, darsi delle norme, fissare da soli delle giuste misure.

Per non affidare ai più piccoli un compito troppo difficile per le loro forze, meglio rinunciare un poco al quieto vivere e fissare insieme poche ma chiare regole. Poiché per lo più sono dettate dal buon senso, anche i ragazzini le capiscono al volo.

Non si tratta pertanto di giustificarle, non c’è bisogno, ma di esplicitarle e di mostrare che si è i primi a rispettarle.

Si mangia tutti insieme, intorno alla tavola, perché quello è il momento opportuno per parlare, per raccontarsi i fatti della giornata; i bambini possono guardare, per un tempo limitato, i programmi televisivi adatti alla loro età; vanno a dormire a un’ora decente dopo aver preparato la cartella e si alzano evitando di fare tante storie; fanno colazione senza guardare i cartoni animati; parlano quando è il loro turno; aiutano in casa; sono rispettosi, disponibili e gentili con gli altri, soprattutto con gli anziani.

Il falso dilemma tra disciplina e libertà è evitato quando i figli si sentono coinvolti in un patto di cui sono parte attiva. I bambino godono ormai di molti diritti ma. Dopo la prima infanzia, i diritti comportano anche doveri.

I loro doveri non sono molti, ma precisi: andare a scuola, studiare, comportarsi con gli altri come vorrebbero che gli altri si comportassero nei loro confronti.

La reciprocità, tenendo conto delle differenze di età, costituisce la base della morale familiare”.

Queste regole sono di aiuto e sono estendibili alle attività musicoterapiche; in parte sono anche applicabili agli oggetti sonoro-musicali: composizione come auto espressione, ritmo come relazione e melodia come opinione.

Il setting terapeutico può essere fatto in base ai bisogni del soggetto così che il bambino può riconoscere le regole del gioco, rifletterci e accettarle. Nella fase iniziale di esplorazione della stanza per la musicoterapia con i suoi oggetti e il musicoterapista, c’è l’incontro anche con queste regole di base: giocando, musicando, spiegando con il roleplay (dramma musicoteatrale) e con le parole. Se il bambino a causa del suo handicap non può rispettare le regole, il setting deve essere adattato individualmente e servire quindi come punto di partenza per imparare pure questo. (esempio: bambino iperattivo con livello di attenzione basso)

Suggerimenti pratici per il lavoro musicoterapico con i bambini

Questi consigli sono emersi dall’esperienza positiva di molti terapeuti che hanno lavorato in modo creativo con bambini disabili con patologie diverse. Sono stati formulati da Jackie Cooke nel libro “Early sensory skills”.

A mio avviso sono utili e applicabili anche in un setting musicoterapico. L’esperienza mostra che sono delle linee guida idonee. Sono punti d’aiuto per il principiante, ma comunque in nessun caso principi assoluti.

  1. Il bambino deve essere sveglio, soddisfatto e calmo, soprattutto quando introduciamo delle nuove attività.
  2. Crea una routine riproducibile in ogni seduta musicoterapica.
  3. Prepara tutto prima che il bambino arrivi.
  4. Prova, suona e lavora in un luogo silenzioso. Evita qualsiasi disturbo e invasione nella tua relazione con il bambino.
  5. Vai con il tempo del bambino. Le attività possono procedere in modo più lento o più  veloce di quanto tu pensi.
  6. Accogli il più possibile le iniziative del bambino, farai progressi maggiori.
  7. Prova e termina un’attività prima che il bambino si annoi.
  8. Gioca solo per la durata di tempo in cui tu e il bambino vi divertite e siete interessati.  Se ti annoi, probabilmente anche il bambino si sta annoiando.
  9. Importante: goditi il gioco pure tu. Lasciati andare. Le attività musicoterapiche sono anche divertenti e gioiose, liberano ed aiutano a sviluppare nuove competenze.
  10. Rispetta e rendi possibili i momenti di pausa e di ripetizione. Spesso, momenti in apparenza statici preparano invece a nuove fasi di sviluppo.

Nel corso del tempo possiamo approfondire questi punti per noi e, nella riflessione sulle nostre sedute, cercare i segni della loro realizzazione.

Nel protocollo narrativo della seduta descriviamo in primo luogo lo svolgimento inclusi gli spazi temporali delle singole attività e, in secondo luogo, i movimenti interni come i pensieri, i ricordi, le immagini e le emozioni.

Queste rivelazioni proprie, supervisionabili, del vissuto, costituiscono anche un potente strumento per riconoscere ed ampliare lo stile comunicativo – relazionale e quindi riconoscere lo standard di realizzazione del setting auspicato.

        Infine alcuni aspetti importanti: 

Ricordali spesso poiché sono davvero utili per l’incontro terapeutico con i bambini.

Bibliografia:

(*) Il testo costituisce lo sviluppo e l’approfondimento di una relazione tenuta presso la scuola di Musicoterapia di Firenze “Cetom”, nell’anno 2002

ART. 24: Il bambino ha il diritto di raggiungere il massimo livello di salute fisica e mentale e di essere curato bene quando ne ha bisogno.

Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia

 

TRA CLINICA E VITA

di Lucia Landi Pereira e Maria Luisa Breda

L’anno che si chiude ha visto la nascita e la diffusione del sistema azienda nella sanità italiana. Per accompagnare questa svolta (di cui si percepiscono moltissimo le scosse e le ambivalenze, senza che s’intravedano segni credibili di miglioramento culturale – istituzionale – gestionale) la RdI aveva fatto a suo tempo la scelta di dare uno spazio privilegiato al tema dei «diritti», evocati via via negli ultimi numeri, in varie forme, va avendo come comune denominatore l’obiettivo di non fare dimenticare, anzi semmai di accentuare la centralità di un’attenzione alle persone, soprattutto a quelle portatrici di bisogni inevasi. Coerentemente con quell’intenzione, vorremmo chiudere questo percorso con un’agenda (di cui già si sono proposti alcuni elementi negli ultimi editoriali), suggerita questa volta da due storie che sono arrivate in redazione da quell’area al confine tra clinica e la vita che è riabilitazione, e che è divenuta una zona ad alto rischio nella riformulazione aziendale di una sanità che formalmente mira a separarsi dalla sua componente sociale. Guida in questa riflessione operativa sono due bambini, Mattia e Alex, clinicamente diagnosticati come portatori di disabilità senza risposte terapeutiche, e che hanno ritrovato una loro strada in un’attenzione clinica, che ha molto a che fare con la vita e che ci sembra assomigli molto ad un paradigma infermieristico. Eccezioni casuali? O indicatori di regole minacciate d’estinzione, da adottare con priorità e lungimiranza? Abbiamo pensato di provare a rispondere a queste domande attraverso alcune parole, che dovrebbero essere riconoscibili e traducibili senza troppe difficoltà anche in contesti non di riabilitazione.

Tempo. È di nuovo l’elemento chiave. È la dimensione più a rischio in un contesto di efficienza aziendale, se la razionalizzazione delle prestazioni è orientata semplicemente ad un uso intensivo delle risorse (obiettivo non solo legittimo, ma necessario), ma non mira a liberare il tempo supplementare per i bisogni e le persone che non rientrano nei percorsi diagnostico-terapeutici standard. Alex e Mattia chiedono un tempo non programmabile a priori: fatto di ore – giorni – mesi, ma soprattutto tempo interno, di attenzione, di ascolto.

Accoglienza. È la parola complementare del tempo. Le persone non coincidono sempre con i DRG. Hanno bisogno di incontrare altre persone, secondo regole e procedure non tariffabili, con tecniche non sempre pre-definibili.

Ruoli – mansioni. Protagonisti dei percorsi di Alex e Mattia sono il gioco, il riconoscimento, il racconto. Che non sono la negazione della tecnica, dell’efficienza, dei protocolli. Ne sono la traduzione creativa, l’uso di ricerca. Mentre si afferma (finalmente!) l’esigenza di una pratica medico -infermieristica basata sull’evidenza scientifica e la razionalità, diventano più evidenti le situazioni che non hanno ancora una risposta, e per le quali è necessario un supplemento di intelligenza, una sperimentazione.

In termini aziendali, nelle statistiche che quantificano e rappresentano le distribuzioni dei casi, le code di queste curve sono ad alto rischio di esclusione. Ripensare il ruolo e la mansione non solo come riproduzione – ripetitività di funzioni e procedure efficienti, ma come capacità di ricerca personale e collettiva, lettura ad eco dei bisogni che non hanno ancora trovato modo di esprimersi.

Tempo aziendale razionalizzano per dare più spazio al gioco estremamente serio della ricerca delle persone nei pazienti: come esercizio quotidiano di coinvolgimento in ciò che non si sa ancora, per osservare – percepire – intuire segnali subliminali che hanno bisogno di essere immaginati e attesi per risultare leggibili. Il gioco e la convivenza di allegria-speranza con la diversità di Alex e Mattia sono indicatori anomali, ma sostanziali della qualità della cura che non può essere solo (né principalmente) adesione a linee guida. Mansione di attenzione alle risorse della vita come antidoto alle pratiche di accanimento terapeutico dove le procedure dovute non danno tempo per ricordarsi di essere persone che interagiscono con altre persone. Ruoli – mansioni di accoglienza e di coinvolgimento per essere ricercatrici – ricercatori di senso, in un tempo in cui si moltiplicano le proclamazioni di etica come rispetto di regole date più che come partecipazione alla formulazione sempre incerta di risposte tecniche ed umane che non sono definibili a priori.

Spazio. Alex ha bisogno di gridare e tambureggiare, rischiando di disturbare i vicini di riabilitazione. Mattia ha bisogno di righe grandi e di pagine vuote su cui distendere i suoi segni illeggibili finché prendano forma. C’è una vecchia, impossibile, necessaria sfida per gli infermieri: immaginare e creare nello spazio anonimo e invaso degli ospedali, luoghi e modi di privatezza e di espressione per i pazienti che stanno male, che hanno dolore che disturbano, che hanno bisogno di compagnia, di parole, di silenzio. Farà parte dei compiti dell’efficienza aziendale creare questi spazi personalizzati? Magari favorendo le degenze domiciliari, le abitazioni protette, per gli anziani dementi, i malati con AIDS, i bambini che hanno bisogno di cura e di gioco? Avranno gli infermieri voglia di avere un ruolo e una mansione nelle ricerca di questi spazi di casa, dove l’accoglienza è più credibile, ed il tempo non è coartato dai ritmi dell’organizzazione istituzionale?

Corpo – gesti – tecniche. Il miele, i sogni, i palloni rossi, gli abbracci, il computer, i disegni che animano le storie di Alex e Mattia come promemoria dell’insostituibilità dell’accadimento corporeo, della parola scambiata senza fretta. Ci sarà ancora tempo, spazio, senso per queste antiche, mai obsolete modalità di espressione infermieristica?È pensabile ritrovare la voglia di rifarne oggetto di attenzione, ricerca, trasformazione culturale? È proponibile un orientamento controcorrente delle incentivazioni (di ruolo ed economiche) verso queste manualità, che passano per la mobilizzazione dei pazienti intensivi – lungodegenti, che toccano corpi fragili e non attraenti, che non sono mediate da tecnologie?

Festa. Forse è solo un’espressione. Ma c’è un senso di pesantezza e di rassegnazione, di indurimento travestito di neutralità più o meno professionale nel modo in cui la medicina è praticata e vissuta nella società e nella sanità: e dagli infermieri. Finite (per fortuna) le ideologie e le demagogie delle professioni come missione, dedizione, ecc. ecc.: c’è qualche cosa che le può sostituire, in un mestiere che continua ad essere luogo e tempo di incontro con la speranza e la disperazione, il dubbio e l’abbandono, la voglia di vita ed il desiderio della dignità?

Diritto. Ritroviamo, alla fine di questo percorso che si è inflitto di domande (che riflettono il disagio e l’incertezza reale della professione infermieristica, ma solo per sottolineare le prospettive e le sfide di creatività e di ricerca), la parola che si era proposta tempo fa per accompagnare criticamente dal punto di vista infermieristico la nascita dell’azienda. Come tutte le buone guide, Alex e Mattia non sono il centro della scena: indicano il cammino, mettendo a disposizione semplicemente la suggestione delle loro storie personali.

Si è già detto e vale la pena  ripeterlo: sarebbe bello pensare che l’agenda ’96 (e oltre) per gli infermieri, vecchi e nuovi, fosse il diario:

Non è facile. È bene farci auguri molto forti e capaci di durare nel tempo.

Casi: quando la clinica emigra nella vita

È un po’ una novità. Riportiamo due casi-storie. Cosi come ci sono pervenute. Senza farle passare per le revisioni formali o sostanziali alle quali si sottopongono spesso (non senza delusioni-resistenze da parte delle «vittime») contributi ed esperienze. Ritorneremo presto sull’uso più frequente e sulle potenzialità dei casi nella ricerca e nell’espressione infermieristica. Per ora, ci sembra che queste storie parlino da sole e abbiano cose più generali da ricordare sulla professione infermieristica e sui più recenti percorsi della RdI (v.l’Editoriale di questo numero) N.d.R.

Un muto parla: Alex

Alex aveva tre anni e sei mesi quando per la prima volta è entrato nella mia stanza, seguito dai suoi giovanissimi genitori. Alle sue spalle una diagnosi di «disarmonia evolutiva con grave danno dello sviluppo linguistico» ed una storia di una terapia specialistica «senza risultati – speranze» durata un anno. Due cose mi hanno colpito in quel primo incontralo sguardo angosciato dei genitori delusi e prevenuti, dopo falliti tentativi di recupero in altri Centri, e lo sguardo intenso ed intelligente di Alex. Parlammo. La madre alla fine mi disse: «Lei non è tanto giovane e sembra avere tanta esperienza; chissà, se potrà aiutarci. Mio figlio è muto, non parla, anche se tutti gli esami fatti dicono che non è un bambino sordo; anzi, che è normale. Perché allora non parla?» Alex, davanti a me mi guardava, e si è subito stabilita un’intesa fra noi due. Un’intesa silenziosa, fatta di sguardi, gesti, sorrisi e affetto. Alex ha iniziato a venire in terapia quattro volte la  settimana. Dopo i primi incontri arrivava correndo, si buttava nelle mie braccia e mi stringeva forte. Toccava con le dita le sue labbra cercando di muoverle, poi appoggiava la testa sulle mie spalle, nascondendo il viso. C’era un pallone rosso molto grande con il quale abbiamo iniziato a giocare…ci divertivamo tanto: sopra il pallone si dondolava, si saltava, si rotolava, si rideva; lui si rilassava, era contento. Ma dalla sua bocca non usciva nessun suono, né di gioia né di paura. Continuavamo a giocare… Picchiettavo il pallone dicendo: Pa, Pa, Pa prima di tirarlo a lui. All’angolo della stanza c’era un gran cassettone dove appoggiavamo il pallone alla fine della seduta; avevamo disegnato sulle pareti tante palle colorate, che uscivano dalla bocca di un bambino. Lui si fermava ogni tanto davanti a questo disegno indicandomi ognuna di queste palle e facendomi capire che dovevo dire Pa ogni volta che lui indicava una palla.

Sono passati tre mesi

Un giorno con uno sforzo grande, mentre m’indicava le palle disegnate ha detto: PA! Era un suono gutturale come se venisse dal profondo di sé. Si era aperta una piccola breccia. Un altro mese è passato, senza che Alex dicesse più niente. Continuavamo a giocare. Si giocava allora con il tamburo. Lui lo percuoteva con tanta forza e con un ritmo molto preciso: ogni tanto cambiava la sequenza ritmica e la ripeteva per lunghissimi minuti. Io lo accompagnavo seguendo il suo ritmo con la chitarra e con il flauto. Parlavamo cosi… mentre nascondevo l’angoscia che quel rumore assordante poteva provocare ai vicini di stanza. Alex voleva fare rumore, essere libero di fare ogni tipo di rumore usando il suo corpo. Io lo lasciavo fare: sbatteva forte le porte con le mani o con i piedi, percuoteva l’armadio, lo specchio, le sedie, la chitarra e lo faceva guardandomi contento, come se quei rumori parlassero per lui a me. In altri momenti cantavo, mentre suonavo la chitarra; allora lui prendeva la sua seggiolina e si metteva davanti a me guardandomi e …ad aiutarmi a strimpellare… La sua canzoncina preferita era «nella vecchia fattoria». Improvvisavo melodie commentando piccole azioni di giochi che facevamo insieme. Registravamo, risentivamo la cassetta e lui portava la cassetta a casa. La madre mi diceva che la risentiva per ore e ore e poi si addormentava abbracciato alla cassetta. Ogni tanto Alex riprendeva i suoi movimenti di chiusura: girava tra le mani oggetti, cercando tutto quello che era tondo e rifaceva con la mano il movimento della ruota: gira…gira! Con il passare del tempo questi movimenti diminuivano. Giocavamo a correre. Correvo dietro a lui e lui si divertiva e si faceva prendere ed abbracciare. Anche se Alex era  silenzio sentivo che tutto in lui manifestava voglia di comunicare. Certe volte rimanevo anch’io in silenzio, allora lui m’indicava la chitarra oppure prendeva e me la metteva tra le mani e si metteva seduto davanti a me. Era questo il suo modo di dirmi di parlare, cantare. Giocavamo a nascondino; io seguivo la strategia del gioco e lo aiutavo a nascondersi sotto il tavolo, sotto le sedie, sotto l’armadio, sotto il mio cappotto.

Erano passati sei mesi

Alex ha iniziato ad avere un interesse particolare per la mia bocca. Mentre era seduti, sulle mie ginocchia cercava di toccare la mia lingua, i miei denti. Davanti allo specchio giocavamo a fare le smorfie, a chiudere e ad aprire la bocca; lui iniziava ad imitare i miei movimenti. Un giorno ho portato un barattolino di miele. Alex si divertiva a tirare fuori la lingua per leccarsi le labbra cosparse di miele. Aveva enormi difficoltà a spostare la lingua da una guancia all’altra. Era come se non riuscisse a comandare i movimenti della lingua. Quasi ogni volta, dopo i momenti dei giochi, m’indicava l’armadio dove tenevo il miele e quando lo prendevo lui saltava di gioia. Un giorno, mentre era seduto sulle mie ginocchia ed io cantavo scandendo le vocali, all’improvviso…lui dice:A. Mi sono fermata, colta di sorpresa e guardandolo dico O e lui ripete: O. E io dico E e lui E…Lui ripeteva e mi guardava sorridendo. L’ho abbracciato stretto in un impeto di gioia e di voglia di condividere l’esperienza: sono corsa dalle mie colleghe e poi per i corridoi del centro gridando: ALEX PARLA! Eravamo felici!

Lui rideva. Davanti al papà non ha voluto ripetere i suoni: si copriva la bocca con le mani. Era come intimidito dai suoni che produceva, come se si meravigliasse della sua voce! D’allora, ogni tanto strillava. Emetteva strilli acutissimi e si fermava come per sentire l’eco della sua voce. Gridavo anch’io, lui mi guardava e rideva. Abbiamo iniziato a dare un significato ai fonemi: VA mentre si tirava la palla, LA indicando gli oggetti, IO indicando se stesso, TE indicando me, ecc. Alex aveva incominciato a rispondere gestualmente alle mie richieste: «Tocca il tuo naso tocca il mio naso tocca i tuoi occhi, ecc.» ha incominciato a ripetere e ad usare spontaneamente le prime parole: PALLA/PAPA’/MAMMA/ACQUA/PIPI’/CACCA/LATTE/MIELE.

Eravamo all’ottavo mese di terapia 

Un giorno, sono entrata con Alex nella stanza del computer mentre una mia collega lavorava con Francesco, un bambino con difficoltà simili a quelle di Alex. Il programma era «dare consapevolezza del suono»: ad ogni suono emesso vicino al microfono, i pesciolini sullo schermo giravano dentro una vasca. Ho messo Alex accanto a Francesco. Lui ha capito subito il meccanismo del gioco. Guardava Francesco, mi guardava, toccava la sua bocca…Alex scopriva che Francesco era come lui…aveva le sue stesse difficoltà… Io e la mia collega ci guardavamo in silenzio condividendo l’intensità del momento che viveva Alex… «sono l’unico a  parlare…c’è un altro come me». È stato un momento intenso, che ha segnato una svolta nella terapia…

Alex non è più muto

Inizia a dire spontaneamente tante piccole frasi per esprimere il suo pensiero, mamma, acqua (mamma dammi l’acqua) Cia…miele, bono (Lucia il miele è buono) Bimbo bua cade, si     (il bimbo è caduto e si è fatto male) ecc. ecc… Mentre scrivo la genesi del cammino comunicativo di Alex mi viene in mente quello che dicono i bambini nel suo palazzo ai genitori: «Alex non è più muto»…e condivido la gioia dei suoi genitori che mi parlano della loro felicità quando sentono la voce di Alex per le scale, ritornando dall’asilo e gridando: PAPA’ …MAMMA…

MATTIA R.

« Ho sognato che tutte le scuole erano chiuse per sempre…»

Mattia è un ragazzino di 11 anni, bello, intelligente, acuto nelle intuizioni, figlio secondogenito di genitori semplici ma attenti all’educazione dei figli e alla problematica di Mattia, che, fin dalle prime classi, ha manifestato notevoli difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura. All’età di otto anni, di fronte ad una negatività di test neurologici, era stata formulata una diagnosi di dislessia alla quale non era seguita nessuna programmazione didattico – riabilitativa. Col passare degli anni il bambino ha strutturato una maniera di scrivere incomprensibile a lui stesso e agli altri. Si è creata una situazione di estremo disagio e sconforto per il bambino, che però è stato sempre promosso, perché – essendo molto intelligente – riusciva a dare delle risposte orali sufficienti. Il bambino è arrivato al Servizio di Logopedia nel 1° semestre del 1995 e ha iniziato un ciclo di terapie nel mese di giugno. Al primo incontro, Mattia è venuto accompagnato dalla madre che dimostrava attesa e fiducia in un intervento riabilitativo. Mattia si è messo in rapporto con facilità e, essendo consapevole delle sue difficoltà, ne ha parlato e ha aderito alla proposta di fare un cammino di «recupero», cercando insieme strategie terapeutiche per superare il disagio nello scrivere, che lo discriminava nei confronti dei compagni. In questo primo incontro, oltre al momento della reciproca conoscenza, abbiamo fatto una lettera e ci siamo resi conto che la «dislessia» non esisteva. Mattia leggeva tranquillamente e la comprensione del bravo era sicuramente buona. Mattia è andato via, quel giorno, rassicurato e felice: mi ha anche proposto di portarmi i quaderni della scuola perché io vedessi la sua produzione scolastica, e potessi rendermi conto del suo malessere. Infatti, i suoi quaderni «disastrosi»: una scrittura minuscola, sprovvista di spazi.

Era assolutamente impossibile rileggere ciò che aveva scritto. Ho percepito che nel fatto di portarmi il quaderno era depositata una fiducia che potevo e dovevo sfruttare. Insieme, abbiamo concordato che mi avrebbe scritto qualcosa di suo, in fogli ampi e rigati in maniera da poter analizzare meglio i tratti grafici, ma non solo: anche la sua competenza narrativa. Mattia ha raccontato una gita, ha scritto in maniera disinvolta; le frasi erano ben strutturate e composte in uno stile scorrevole e piacevole. Senza accentuare i problemi della «disgrazia» (che in realtà erano presenti) abbiamo cercato di fare leva su tutto ciò che di positivo presentava. Mattia partecipava attivamente. La discussione è ricaduta sul punto debole: il segno grafico. Le lettere erano poco caratterizzate, erano tracciate in maniera indefinita e confusa. Dall’analisi della calligrafia e dell’ortografia sono scaturite nuove domande: Cosa fare? Come cambiare? È importante farlo? Mattia mi disse che per lui «era importante cambiare» perciò era pronto a lavorare e a fare «esercizi» per raggiungere il fine. E mi racconta le sue delusioni a scuola, tutte le volte che, pensando di aver scritto bene, si scontra con i rimproveri delle maestre; della triste visione dei segni rossi sul quaderno: …«sembrava una guerra» …dice Mattia sconsolato. Con un programma fatto insieme, Mattia lavora anche a casa portandomi i suoi testi scritti, sempre su fogli a doppia riga. Insieme li rileggiamo e gli errori ortografici sono identificati e corretti. Via via che compone i testi noto che il bambino usa un vocabolario ricco e appropriato, e possiede buona capacità di osservazione e ciò gli permette di arricchire e rendere interessante ciò che scrive. Quando Mattia ha iniziato a scrivere in maniera più leggibile, abbiamo potuto fare attenzione alla punteggiatura e alla compiutezza o meno degli enunciati. È stata una scoperta importante per Mattia sapere che i punti e le virgole danno colore, espressione, vita ai testi e li rendono più comprensibili. Sentivo che via via il bambino si sentiva più tranquillo e più sicuro di sé. All’inizio abbiamo lavorato sempre con «penna e carta» e solo successivamente la sua produzione è stata rielaborata con l’uso del computer. In uno dei nostri incontri, ho suggerito a Mattia di scrivere un sogno. Era libero di inventarlo o raccontarne uno vero…E lui, in pochi minuti, di getto, mi ha scritto:«Un sogno fantastico. Ho sognato che le scuole erano chiuse per sempre». Me lo ha consegnato dicendo: «questo però è un segreto! Non lo dobbiamo far vedere alla mamma!». Abbiamo riso insieme e pensato che forse sarebbe meglio cambiare la scuola (…ma Mattia non crede molto a tale possibilità!). È stata un’esperienza interessante: il bambino  non ha mai mancato alle sedute programmate. Lavorava di buona lena e continuava a fare progressi, anche nella «forma» della scrittura. Siccome aveva prodotto molti testi, abbiamo deciso di raccoglierne alcuni in un volumetto. I testi sono stati scritti da lui stesso al computer. La raccolta è stata rilegata con un titolo scelto da lui: «I miei pensieri…un libro che cresce» proponendosi di continuare a scrivere.

Conclusione 

Mattia ha acquistato maggior sicurezza di sé. Nei colloqui con i genitori, essi hanno riferito che il bambino ha degli atteggiamenti più positivi, anche nelle circostanze della vita quotidiana: si offre per scrivere la lista delle spese; riesce a mettere la propria firma nel libro delle presenze nella visita a un museo.

Il bambino ha iniziato a frequentare la media a settembre. È motivato a partecipare alle lezioni. Non si fa pregare al mattino, anzi si prepara volentieri per andare a scuola. Le sedute di terapia sono state sospese…

…Forse il suo sogno non si realizzerà mai, ma adesso è più forte e sicuro di sé, per affrontare ciò che lo faceva sognare…

 

PAZIENTI DIFFICILI – MEDICI DIFFICILI?

di A. Schlaepfer

L’organo più allenato di chi combatte sul fronte della medicina è l’orecchio e non tanto la lingua sciolta.

Nonostante ciò noi medici generici siamo predestinati a parlare delle difficoltà del nostro mestiere. Le statistiche sulla frequenza dei suicidi tra i medici sono testimoni degli scogli che spesso la nostra nave della vita non riesce a superare. In Svizzera la frequenza complessiva supera del 36%, quella della nostra fascia d’età addirittura del 70% la media della popolazione. Ciò potrebbe forse significare che ci avviciniamo mal preparati agli ostacoli del lavoro pratico.

Intendo con il tema a me affidato, che parlando di difficoltà non ci si riferisce tanto a quelle del tipo medico – tecnico. Per queste siamo molto ben preparati, visto che solo degli studenti di medicina tecnicamente abili passano attraverso la rete degli esami Multiple Choice.

Prima di occuparmi del mio tema vero e proprio, cioè le difficoltà del rapporto tra medico e paziente, vorrei far notare 2 problemi di principio, che il tipo di questa relazione mi impone. Devo parlare in questa sede soprattutto di esperienze personali nella medicina individuale.

Visti i grandi pericoli per l’organismo Terra, si pone la domanda se una medicina classica mirata alla cura di un singolo individuo non significhi uno spreco di forze e risorse, e se eventualmente la stessa non sia addirittura controproducente; la mia risposta sarebbe che è vero che lo spirito del tempo influisce su noi individui. Secondo questo principio il cambiamento avviene tramite l’educazione, soprattutto quella del singolo. Questa è la mia affermazione personale. Forse siete di un altro parere? Cosi passiamo al mio secondo problema. Sto facendo un monologo dove probabilmente un dialogo sarebbe più efficiente. Voi tutti guidate con prontezza e attenzione i pazienti, raccogliendo delle esperienze che sarebbero importanti nell’elaborazione di soluzioni per il superamento delle difficoltà menzionate. Vi prego quindi di considerare le mie affermazioni come base di discussione per stasera e non come fatti controllabili con il metodo Multiple Choice.

Gli ostacoli sulla strada della nostra vita servono per alcuni ad inciampare, per altri ad allenarsi e mostrare la loro forza di saltare. Le difficoltà nel mestiere di medico sono un’occasione. Tengono vivo il processo di apprendimento per il medico e mostrano d’altra parte che i suoi limiti devono essere estesi.

Vorrei ora mostrare in metafore come possono sorgere dei problemi nel rapporto tra medico e paziente. Naturalmente sarei tentato di aiutare la mia lingua poco allenata con delle belle diapositive. Come è noto, questo congresso serve anche come introduzione a un corso post-diploma di medicina ambientale. Per risparmiare energia rinuncerò perciò in modo esemplare delle diapositive. Essendo un relatore direi quasi difficile, vi chiedo di utilizzare la vostra fantasia, cosa che ci rimane sempre più ardua in questi tempi di procedure illustrative. Di questo fatto ne risentono soprattutto i nostri bambini, a cui vengono presentate le loro favole visualizzate dalla televisione, paralizzando la loro immaginazione e impedendo loro di trovare una propria immagine interna, appena tollerabile, di una strega cattiva o di una bella principessa. Potete quindi tranquillamente chiudere gli occhi, se cercate le vostre proprie metafore.

Nella “introduzione alla medicina psicosomatica”, che vale la pena leggere, Kaspare Weber paragona la posizione privilegiata del medico di base con l’immagine di chi cammina su di una cresta e gode di un bel panorama sui due versanti. Vorrei dare seguito a questa immagine. Pensate, per esempio, alla cresta del Monte Bianco. Siamo partiti molto presto. È ancora mattina. Il sole avvolge un lato della cresta di ghiaccio in una luce splendente. Tutto è chiaramente visibile. L’altro lato si trova ancora nell’ombra profonda. È più immaginabile che visibile.

Forse vi è più vicina un’altra immagine?

Il limite tra giorno e notte, o una costa. La spiaggia dove si può facilmente passeggiare. La zona dell’acqua movimentata e quello che sta e vive al di sotto ed è un po’ inquietante, appena distinguibile nella luce diffusa e rifratta.

Avrete capito cosa intendo dire. Da un lato la medicina classica digitale con le apparecchiature. Tutto esattamente visibile, misurabile, paragonabile, visualizzabile con metodi moderni. Dall’altro lato le cose irrazionali, empaticamente tangibili dell’essere umano come i nostri lati ombrosi. Il lato esposto al sole, messo in una luce abbagliante, simbolizza la mentalità digitale, per la quale esistono delle unità di misura, e che è riproducibile nel tempo. Guai se, nonostante un’ottima formazione, facciamo degli errori. Anche questi appariranno nella luce più abbagliante.

Al lato ombroso paragono la mentalità analoga. Per illustrare questi due concetti ricorro nuovamente a due immagini:

Analizzare una lacrima in modo digitale vuol dire determinare con precisione il suo contenuto di sali, lisozimi ecc., una cosa molto utile, se trattiamo un occhio asciutto utilizzando lacrime artificiali. Ma a che cosa serve la nostra conoscenza del suo contenuto elettrolitico, se volgiamo comprendere il significato di una lacrima che scorre giù per la guancia di una donna, un bambino o addirittura un uomo?

Oppure, possiamo avvicinare a una sinfonia di Mahler, qualcuno il cui cuore non inizia a vibrare con questa musica, mostrandogli con un oscillografo le oscillazioni sinusoidali prodotti dall’orchestra?

Mi soffermo sull’immagine della cresta. Il medico e il paziente formano una cordata a due. Il medico è la guida, il paziente il guidato. La meta, la cima, sarebbe il riacquisto della salute. Sono consapevole del fatto che la salute non è uno stato, non è un unico obbiettivo, ma piuttosto un equilibrio, una strada. La corda, che collega, sarebbe la comprensione, l’amore del medico e la fiducia del paziente. È condizione del poter guidare. La guida deve disporre dell’attrezzatura tecnica per poter introdurre delle sicurezze, che non temano abissi, perché ne ha gia superati molti lui stesso, in modo sveglio e con attenzione, ed è solo utile, se può esercitarsi sui percorsi difficili insieme a dei compagni che sono pratici di quest’area. Ciò vuol dire: Conoscere se stessi e i propri limiti, perfezionamento, gruppi Balint.

Questa immagine della cordata a due mi serve a ordinare un po’ le difficoltà. Lo illustrerò poi con degli esempi vissuti. Sorgono delle difficoltà:

  1. quando il medico e il paziente non mirano alla stessa cima;
  2. quando il medico cerca di più il lato ombroso, quando si devono evitare degli ostacoli insuperabili sulla cresta, mentre il paziente va verso il lato esposto al sole.
  3. anche il processo inverso mette in pericolo la cordata.
  4. può provocare dei pericoli anche la riduzione della resistenza allo strappo nella corda che unisce medico e paziente.

Vorrei sottolineare di nuovo che solo due versanti equivalenti possono fermare una cresta solida sulla quale poi i medico generico trova il suo belvedere eccellente. Una volta è importante per lui e per il paziente la vista nella luce e una volta quella del lato ombroso. La prima viene esercitata durante gli studi e nelle occasioni consuete di perfezionamento. Anche per il lato ombroso ci sono degli specialisti. Si cerca il viandante di cresta che integri i due versanti.

Detlefsen è uno dei pionieri che cercano di rappresentare il collegamento tra il corpo e l’anima, e che, essendo un rappresentante del lato ombroso, dà il peso principale all’anima. Secondo lui, la parte fisica è solo lo specchio della parte psichica; chiede in modo provocatorio se, cambiamo la nostra faccia quando lustriamo lo specchio. Ad ogni immagine nello specchio, ad ogni organo e malfunzionamento dello stesso attribuisce un certo disturbo psichico come  causa. Anche se capisco l’intenzione didattica e lo utilizzo spesso come inizio nel mio lavoro con il paziente, questo modello mi sembra troppo ristretto per il mio lavoro.

Al fenomeno fisico lacrima non si può sempre associare il sentimento di tristezza. Spesso una lacrima significa rabbia, forse piangerò lacrime di gioia, se riesco a raggiungervi con la mia relazione o addirittura a scuotervi.

È richiesta la franchezza. La franchezza spregiudicata del medico forse dà la possibilità al paziente di aprirsi a sua volta. Dove una persona si può spogliare completamente, farsi vedere veramente nudo e onesto, se non dal medico, che non ne ride, al massimo sorride o, smaliziato dalla propria esperienza, sorride compiaciuto, e che è discreto? Il medico non dovrebbe limitare l’individualità del suo prossimo in cerca di aiuto con degli schemi che hanno solo un valore didattico. Quando dico che il paziente sofferente mi disegna un immagine di se stesso e della sua situazione attuale, forse una melodia, un’opera d’arte della natura, mi avvicino al mio concetto.

Modellando anche il paziente il quadro della sua malattia, avendo la malattia a che fare con il suo modo di vivere e non potendo solo essere classificata nella categoria di incidenti e crimini della natura, viene attribuita parte della responsabilità al paziente. A tale riguardo il medico diventa difficile. La funzionalità del suo studio non può solo e semplicemente essere limitata ad una prestazione a carico del servizio sanitario. In questo modello, la malattia significa delle note stonate nel quadro della vita del paziente. Ma adesso il medico non ha il compito di prendere il pennello. Se mai, può far vedere la propria vera immagine al paziente, in modo che questo realizzi la propria immagine e impieghi i colori adatti, che forse cambiano da una fase blu a una fase rossa o al cubismo. Non è il medico che determina il colore nuovo, ma egli lo aiuta a trovarlo.

Adesso passo alle difficoltà vere e proprie.

Inizio con la difficoltà nei casi in cui non c’è un obbiettivo in comune. Ci è stato insegnato di aiutare in ogni caso a mantenere o a recuperare la salute. Ma spesso i pazienti non vogliono guarire. Per esempio, perché una pensione assicura la loro base di esistenza, mentre da guariti non ritroverebbero un lavoro.

In questo contesto penso all’immagine del macchinista: un uomo sessantenne robusto, consapevole del proprio dovere, piegato in avanti dal peso della responsabilità. I dolori di schiena, soprattutto toracici, gli impedivano di dormire la notte. Aveva il portamento del gigante di Monterosso, che però non porta una roccia, ma, con le proprie mani, un treno attraverso il Gottardo. Sopporta con bravura le sue sofferenze fisiche. Simbolizzano quasi la sua bravura. A cosa servirebbe spiegargli l’importanza psicosomatica della sua malattia? Ciò significherebbe svelarlo come uomo pauroso, esitante di fronte al suo nuovo compito di conoscere la locomotiva 2000. La cima luminosa della salute, che naturalmente prometterebbe anche un’abilità completa al lavoro, non può più essere il nostro obbiettivo comune. Così il paziente difficile, che non risponde a nessuna terapia, neanche ad una cura dispendiosa a Leukerbad, diventa un paziente grato, che guido su sentieri più semplici.

Non voglio ritornare a quanto chiedono i neurotici di desiderio. Non vogliono la salute da noi, ma solo una conferma dalla loro malattia.

Un’altra paziente che inizialmente mi ha portato alla disperazione, perché gli volevo appiccicare, senza successo, la cima luminosa della salute, soffre di una sclerosi multipla con decorso veramente molto benigno. È in soprappeso, poco autonoma come un bambino e allo stesso tempo non affabile. I suoi disturbi di sensibilità fisici sono quasi da rapportarsi con la sua mancanza di sensibilità generale. I miei interventi tesi a dare un’occhiata ai lati ombrosi della sua vita rimbalzano come su di una parete di gomma. Con la sua malattia la paziente fa il tiranno per la famiglia e il medico. Ogni due giorni, a causa di mal di testa, ha bisogno di una iniezione i.v. di Tramai, l’unica misura che ha effetto. Un giorno mi chiesi cosa sarebbe rimasto alla paziente, quali possibilità di contatto con altri avrebbe avuto, se avesse perso la sua malattia. Poco. La risposta mi dette la tranquillità necessaria a poter continuare ad accompagnarla.

Forse anche la problematica dei pazienti tossicomani fa parte di questo capitolo, dove il medico ha un obbiettivo alto e luminoso, che il paziente non cerca neanche. Cerca invece di coprire un difetto, cioè la sua sindrome di tossicomania, la sua intolleranza di frustrazione. La droga è praticamente la fasciatura contentiva con la quale stabilisce la sua pseudo-artrosi. Che cosa succede, se gli strappiamo questa fasciatura contentiva? Naturalmente vorrei spiegare ad ogni paziente la situazione della sua pseudo-artrosi. Gli propongo di non coprire il difetto, ma di sanarlo, eventualmente con una operazione che è però dolorosa. Ma per motivi di auto-protezione trattengo la mia ambizione.

Un buon esempio di questa situazione è l’adipositas. Questo difetto nasconde spesso una tristezza. Per un qualsiasi motivo non è possibile soddisfare il bisogno d’amore nei rapporti tra le persone e quindi lo zucchero deve addolcire la vita. In tal modo i sentimenti, di solito la tristezza, vengono rinchiusi. Il trattamento del sovrappeso non avviene quindi solo con una tabella delle calorie, ma lo sguardo sul lato ombroso, dietro la corazza, è altrettanto importante.

Nel primo incontro, lo sciamano indiano Rolling Thunder chiede al paziente: “che cosa vuoi fare con la tua salute?” – e non chiede per esempio: “vuoi guarire?”. Tutti risponderebbero “si” a questa domanda. Poi congeda il paziente e lo incontra nuovamente dopo alcuni giorni. Nel frattempo il paziente e lo sciamano hanno avuto il tempo per riflettere, se vogliono formare una cordata a due. Strano, che durante tutto il periodo dei miei studi non abbia mai incontrato questa domanda dello sciamano.

Rolling Thunder si prende quindi la libertà di rifiutare un paziente. Se lo accetta, non ha riguardo né per il suo corpo né per la sua anima, ma s’impegna con tutta la sua forza.

Esiste anche la situazione opposta, cioè che il paziente mira alla cima luminosa, ma il medico non vuole?

Al riguardo un aneddoto eretico: Gottilieb ha ormai compiuto 95 anni. È l’unico paziente che ho conosciuto nel mio studio e a cui do del tu. Fino a pochi anni fa, ha piantato tutte le primavere un girasole davanti alla finestra del mio studio. Ormai ci ha rinunciato, da una parte perché fa fatica a piegarsi, dall’altra perché il magnifico fiore rappresentava un ostacolo al tosaerba del portiere. All’età di 89 anni, Gottilieb venne da me per una dispnea massiccia. Ne erano responsabili dei disturbi di ritmo bradiocardici. Il mio paziente favorito divenne difficile. Gli avrei augurato di lasciare la sua vita movimentata in un modo. Mi guardo domandando: “Ti preoccupi?” Poi, disteso sul mio lettino, cominciò a cantare una canzone. Gli presi un appuntamento per l’impianto di un pacemaker e fui rallegrato per alcuni anni ancora dal bel girasole luminoso. Adesso Gottilied soffre di un osteoporosi con dei dolori alla schiena a volte insopportabili. È diventato molto decrepito.

Anche nella situazione seguente esitai come guida che mirava alla cima: Un uomo con poca fiducia in sé stesso, incerto nella vita, pauroso e titubante, si confidò con me. Avevo l’impressione che in qualche modo aveva il desiderio di aumentare la fiducia in sé stesso con una macchina quattro per quattro e un motore potente. Devo e posso io in qualità di medico per la protezione dell’ambiente essere  incoraggiato a diventare un centauro moderno?

Le questioni da discutere sarebbero le seguenti:

Passo a un secondo tipo di difficoltà. Durante il nostro cammino sulla cresta bisogna aggirare una torre di roccia insuperabile. Il paziente spinge verso il lato di sole, il medico sa che solo il passo nell’ombra porta avanti.

Una donna 45enne viene da me per palpitazioni, diaforesi e insonnia. Dal controllo tecnico non risulta alcuna patologia. La sofferenza della paziente è talmente grande, che la invito a dare uno sguardo al lato ombroso. Dice che va tutto bene, che è felice. Questo mi sorprende, vista la sua biografia.

Il suo primo matrimonio è fallito. Una figlia dal primo matrimonio è morta di un overdose di eroina. Non sono i disturbi della paziente un segno della paura repressa che le cose potrebbero andare nello stesso modo anche nel matrimonio attuale? Anche il figlio del secondo matrimonio, che ha 10 anni, è mortale. È comprensibile che la paziente scacci tali pensieri. Il suo motto è la bravura e la ferma speranza. Un giorno mi racconta il seguente sogno: il figlio vuole attraversare la strada per raggiungere la paziente che lo sta aspettando sul marciapiede. All’improvviso appare un autobus e non si vede più il ragazzo. La paziente si sveglia urlando, sudata, con palpitazioni e una sensazione opprimente nel petto, cioè non i sintomi che l’hanno portata da me. Chiedo alla paziente, se questi sentimenti fisici non le sembrino familiari. Fa cenno di si e sembra di capire. Si tratta quindi di un’ora fatale per il medico che cammina sulla cresta di Weber? Da allora non ho più rivisto la paziente – e sono passati degli anni. Si sentiva scoperta da un guardone? Il medico è diventato troppo difficile per lei? Ha disilluso la sua speranza che il suo difetto potesse essere riparato semplicemente con una chiave chimica. Invece gli ha dato una parte della responsabilità per la sua malattia. Responsabilità significherebbe l’apertura di possibilità, la libertà di poter partecipare alla decisione e alla realizzazione, di non vivere più una passiva esposizione di sé, ma anche lavoro duro e sudore.

Possiamo solo invitare il paziente a dare uno sguardo al suo lato ombroso. Sta a lui di accettare o meno l’invito.

Un gruppo di pazienti che tipicamente rifiutano questo invito sono quelli con reumatismi delle parti molle.

In questo caso si tratta spesso di donne coraggiose, che hanno dovuto soffrire relativamente presto sotto il peso del loro destino. Il motto era il coraggio, digrignando i denti, e non la serenità rilassata. Sopportando i dolori che talvolta rendono invalidi si può visibilmente vivere questo coraggio, mentre le pazienti e spesso anche il loro ambiente confiderebbero un disagio psichico una vergogna. Il tentativo di un trattamento, sia fisico che psicoterapeutico, che tende a raddolcire, trova una roccia o muscoli e tendini tesi in atteggiamento di difesa.

Invito le donne sempre a guardare il proprio albero della vita da una certa distanza. Quanto verde copre il ramo secco, sul quale si sono sedute? Non è un peccato sciupare tutto il fertilizzante e qualsiasi energia per questo ramo? Non sarebbe più utile utilizzarli per favorire la crescita del verde, del vivo?

Esiste anche l’altra situazione, in cui il medico si comporta in modo troppo digitale e cerca la strada per raggiungere la meta solo sul lato del sole, mentre il paziente sente che sarebbe importante anche il lato ombroso?

Questa situazione è certamente quotidiana. La fuga dei pazienti dalla medicina classica alla paramedicina testimonia certamente questa problematica. Ma spesso questo sembra solo essere un cambiamento di strada, perché non raramente anche la paramedicina viene consumata dal paziente in modo passivo. Solo nel caso dell’omeopatia si tratta probabilmente anche di un cammino sulla cresta: La preparazione della ricetta viene calcolata, l’intervista rivela anche i lati ombrosi. La sua forza sta probabilmente in questo.

In questo contesto si pone la domanda, se non esagero inutilmente la mia onestà scientifica come medico classico, se credo solo all’effetto delle mie medicine, provate da test a doppio controllo. Possiamo permetterci la rinuncia completa alla magia?

Il seguente un aneddoto che illustra la situazione menzionata:

Un africano cade in una fossa per elefante e viene ferito in modo grave. Per molto tempo è nel reparto di rianimazione di un ospedale moderno sudafricano e viene rimesso fisicamente con l’aiuto dei mezzi più avanzati della medicina classica e della tecnologia. Lascia l’ospedale senza dire una parola e senza ringraziare. I medici del lato esposto al sole lo ritengono ingrato e scrollano il capo. Un religioso a cui concedeva la propria fiducia raccontò perché il negro non era grato. “A casa mi serve la mia salute, se non so perché sono caduto in una fossa destinata agli elefanti?”

La storia di un rifugiato angolano è impotente. Disperato realizzò che gli apparecchi e macchinari e anche i medici dell’università di Ginevra lo ritenevano sano, mentre lui si era già rassegnato a morire. Siccome si sapeva del mio passato africano, il paziente fu portato da me. Realizzai che si sentiva minacciato dal suo zio che apparteneva al partito politico opposto. Con l’aiuto di Melleril e la cura da parte di un padre del monastero Wesemlin si riuscì a superare la crisi.

In Africa, malattia significa la punizione per una violazione dei costumi e delle regole della società. Agli occhi degli Africani, ciò che ottenevano con la medicina classica era solo la cura dei sintomi. Per la guarigione era necessario un medico stregone del luogo che lo aiutasse a ricondurre la vita sulla retta via. Non è simile l’impostazione di Detlefsen o di C.G. Jung, cioè che ogni malattia è anche un’opportunità? L’opportunità di osare per fare il passo giusto in avanti.

Anche un paziente sensibile, questa volta bianco, visse molto sconvolto una visita per sé indolore con le apparecchiature. Si disperava, quando realizzò che l’entusiasmo dei medici intorno a lui era rivolto al nuovo fonografo e non al suo cuore che era peggiorato solo in modo insignificante dopo l’ultima visita.

Signori e signore, arrivo ora alla difficoltà con la corda che unisce medico e paziente, che si chiama simpatia, empatia, amore. In occasione di questo congresso, delle relazioni particolari sono dedicate all’igiene psichica del medico, cioè il modo di come può nutrire il suo amore. Qui mi limito a dire:

Da quando è stata introdotta la disciplina specialistica “cardiologia” sappiamo che il cuore è l’organo e il simbolo dell’amore, della cordialità. Il cuore che si contrae aritmicamente, che contraendosi si apre allo stesso tempo verso gli organi e la periferia del corpo ai quali deve procurare nutrimento, ossigeno e calore. Le prime arterie che lasciano l’aorta sono i vasi coronari. I primi, non gli ultimi. L’approvvigionamento proprio non avviene durante la contrazione, ma nel rilassamento verso se stessi, verso l’interno. Non è il compito del cuore di approvvigionare se stesso con sangue. Ma è l’auto alimentazione che gli assicura la forza di essere all’altezza del suo compito.

Nella città di Lucerna c’è la regola di chiamare sempre per primo, e in qualsiasi ora, il medico di famiglia. La disponibilità continua logora il suo amore verso il paziente.

Ci sono dei pazienti che hanno il bisogno di farsi provare l’amore da parte del medico chiedendo il suo aiuto per bagattelle somatiche alle ore più impossibili. Se poi però prendo la domenica mattina per un incontro intensivo con loro, li importuno. Il mio interessamento gli diventa sospetto.

Nel testo di Kaspar Weber, menzionato dall’inizio, questa situazione viene interpretata nel senso di conflitti non risolti di simbiosi e autonomia. Il paziente non autonomo, non capace di prendere decisioni, insicuro di se stesso, è ambivalente e oscilla avanti e indietro tra la paura di separazione e di fusione. Teme il tempo libero, le ferie del medico, quindi a paura di separarsene. Se però il medico cerca di avvicinarlo, viene preso dalla paura di unirsi con lui, perché non conosce né se stesso né i propri limiti. Tanto più importante è che il medico li conosca. Si arriva poi alla situazione strana che il paziente chiede un impegno esagerato del medico, ma che rifiuta un aiuto  proprio. Vuole sentirsi incompreso. Le misure terapeutiche, cioè interventi chirurgici o medicine, comportano spesso più effetti collaterali e complicazioni che effetti positivi.

La paziente di sclerosi multipla menzionata prima, di solito rimane zitta, se gli metto a disposizione un po’ più di tempo. Poi però mi scrive che non la capisco, benché ci conosciamo già da anni. Se gli parlo del mio deficit di conoscenza e comprensione nei sui confronti diventa nuovamente zitta.

L’amore, la pazienza e la simpatia del medico vengono messi particolarmente alla prova, se deve fare da capro espiatorio. Ciò accade in caso di malattie infauste, quando i parenti non sono all’altezza della loro disperazione. In questo caso il relativo medico butta olio sul fuoco, se nasconde i propri errori. Ma dove abbiamo imparato ad ammettere degli errori, che specialmente nel nostro mestiere sono severamente vietati, ma che sarebbero tanto umani?

Ci sono dei pazienti che vogliono rinforzare con regali la corda di collegamento. Molti regali mi fanno piacere, altri mi rendono diffidente. Ci si aspetta da me di contraccambiare i regali sotto forma di concessioni? Mi riferisco a certificati di malattia, ricette per soggiorni di cura o tolleranza in caso di non-osservanza della terapia. I diabetici mi regalano più dolci di tutti. Allora divento sempre un medico difficile, o almeno ci provo. Cerco di rimanere la guida e di non diventare complice.

Fanno parte di questo contesto anche gli allori anticipati che certi pazienti ci danno in occasione del primo contatto, criticando di solito più di un collega. Rare volte possiamo soddisfare le aspettative che ci hanno attribuito. Le difficoltà sono pre programmate e si può prevedere che presto anche il proprio nome farà parte della lista delle critiche.

Ho tentato di illustrare come cerco, i qualità di medico generico, di trovare l’equilibrio tra l’analisi esatta, diagnostica e terapeutica, di dati di misura precisi e statistiche esatte da una parte, e la riflessione contemplativa e l’immedesimarsi intuitivo dall’altra. Questo equilibrio aiuterebbe a riprendere il controllo dell’esplosione delle spese mediche, a impedire che la medicina contribuisca notevolmente all’aggravio sull’ambiente sociale così che essa stessa provochi una nuova malattia.

Vorrei proporre per la discussione le seguenti tesi:

La condizione perché il medico diventi artista è:

Inoltre gli serve:

Le nostre conoscenze si stanno allargando continuamente, speriamo che questo valga anche per la nostra esperienza di via. Contemporaneamente si allarga anche il limite verso la non-sapienza. Epikur disse: “gli Dei stanno nelle lacune della sapienza umana”. Con le nostre conoscenze e l’allargamento del nostro orizzonte dovrebbero crescere anche il nostro rispetto per il mistero dell’essere e la gioia che lo stesso ci dà.

“Noi dobbiamo amare e nutrire la vita.

E ciò cosa significa? Significa riconoscere in tutte le persone e in tutti gli esseri il loro legame con la vita; incarnare quell’amore che è il fondamento di ogni essere.  Vi sono molti modi di nutrire la vita: prendendosi cura dei bambini, coltivare un giardino, guarire i malati, creare un luogo di accoglienza per gli esuli e immigrati, ripiantare foreste, operare per la giustizia, impegnarsi per la pace … Come sarebbe diverso il nostro mondo se facessimo del nutrire la vita il criterio di tutto ciò che facciamo!” (Carol Christ)

 

Quale è il tuo credo per le relazioni?

Di Wolfgang Fasser

Oggi, è una credenza comune tra i terapisti di vario genere che la terapia passa attraverso la relazione.

La relazione terapeutica, una relazione asimmetrica e di aiuto, è un “contenitore” per la crescita. I mezzi utilizzabili sono di natura diversa: verbale, farmacologica, tecnica, artistica etc. addirittura fino alla Pet-Therapy che utilizza un animale vivente.

Il fenomeno complesso, dinamico e interdipendente con il paziente si manifesta attraverso  i molteplici linguaggi della comunicazione umana. Di conseguenza l’attenzione nel dibattito tra specialisti si volge anche alla formulazione dei vari aspetti relazionali offerti in terapia.

L’elaborazione di un proprio credo per le relazioni  è di fondamentale importanza.

Qual è la sua natura? culturale, professionale e personale.

La formulazione del proprio credo nelle relazioni interpersonali è un percorso affascinante e contribuisce a una migliore consapevolezza di se stesso e della proposta personale e di uno stile relazionale che arricchisce la nostra identità e che permette meglio di distinguere.

Quale è il tuo credo nelle relazioni?

Una risposta immediata porta alla luce una bozza del credo personale attuale.

Guardando indietro  invece posso tentare di leggere il mio credo attraverso le relazioni vissute nel tempo.

In cosa consiste? Su quali valori, principi etc. si fonda? Che rapporto ha con il mio ideale di oggi?

Per trovare una risposta può illuminare lo studio della biografia relazionale, iniziando dal rapporto vissuto nell’infanzia con la mamma, il babbo, i fratelli, la maestra, i compagni di scuola, i primi amori etc.

Guardando avanti posso poi riconoscere il mio potenziale e gli aspetti da sviluppare attraverso i modelli relazionali ideali proposti per la terapia.

Un percorso che mi porta ad una realtà più ampia, ad una maggiore apertura verso l’originalità e autenticità del paziente.

Naturalmente è un percorso senza fine; lo sviluppo è continuo: ogni incontro permette di crescere.

Un ulteriore approfondimento e arricchimento si sviluppa nell’ambito della  discussione dell’elaborato all’interno del  gruppo della intervisione, da realizzare in una atmosfera accogliente, non giudicante e protetta.

Quale è il tuo credo nelle relazioni?

Questa è la risposta di Thomas Gordon (tratta da “Leader efficaci”, ed. La Meridiana, 1997).

Il  “Credo”  per le mie relazioni

Tu e io abbiamo un rapporto a cui tengo e che desidero conservare. Ma ognuno di noi è una persona a se stante, che ha i propri bisogni particolari e il diritto a soddisfarli.

Quando ti troverai in difficoltà,  presterò ascolto con sincera accettazione per aiutarti a trovare le tue soluzioni, invece di farti dipendere dalle mie. Inoltre, rispetterò il tuo diritto ad avere le tue convinzioni e a perseguire i tuoi valori, per quanto possano essere diversi dai miei.

Tuttavia, se il tuo comportamento interferirà col soddisfacimento dei miei bisogni, ti dirò  apertamente e onestamente in cosa mi condiziona, confidando che il rispetto per i miei bisogni e sentimenti ti spinga a cambiare quel comportamento, che per me è inaccettabile. Inoltre, se un mio comportamento sarà inaccettabile per te, spero che me lo dirai apertamente e onestamente, in modo che possa provare a cambiarlo.

Nel momento in cui dovessimo accorgerci che nessuno dei due può cambiare per venire incontro ai bisogni dell’altro, prenderemo atto che fra noi c’è un conflitto e ci impegneremo entrambi a risolverlo senza ricorrere al potere o all’autorità per vincere a spese dell’altro. Io rispetto i tuoi bisogni, ma voglio anche rispettare i miei. Perciò, sforziamoci sempre di cercare una soluzione accettabile per entrambi. I tuoi bisogni saranno soddisfatti e così i miei: nessuno perderà, entrambi vinceremo.

Comportandoci in questo modo, tu crescerai come persona soddisfacendo  tuoi bisogni; lo stesso sarà per me. Quindi, la nostra potrà essere una relazione sana in cui entrambi ci sforzeremo di diventare ciò che possiamo essere. Continueremo a rapportarci l’uno all’altra con reciproco rispetto, amore e pace.

Thomas Gordon

Quale è il tuo credo nelle relazioni?

Beato l’uomo

Beato l’uomo che fa del proprio limite la sua forza

Beato l’uomo che non si ferma, che non si vuole arrendere

Beato l’uomo che non ha paura di se stesso, della propria fisicità

Beato l’uomo che sfida con amore il timore della terrena provvisorietà caricata di ogni tipo di diversità

Beato l’uomo che riesce a sorridere comunque

Beato l’uomo che ricorda di essere stato bambino

Beato l’uomo totale

(liberamente tratto da una riflessione di Mina)

 

2. Osservazione musicoterapica e verifica

Invito all’ascolto, di Wolfgang Fasser

L’osservazione in musicoterapia ci chiede competenze percettive, sviluppate e complesse. Il musicoterapista è osservatore e allo stesso tempo anche strumento tra ciò che osserva.

Questa constatazione sembra apparentemente un paradosso, invece questa è la realtà.

Noi osserviamo con le nostre competenze percettive; lo stile e le caratteristiche dell’integrazione  sensoriale formano la nostra capacità di elaborare il percepito.

L’osservazione in genere, così come in musicoterapia, dipende in maniera significativa da quattro  fattori:

Per conoscere noi stessi e le nostre caratteristiche statiche e dinamiche che timbrano la nostra osservazione più approfondita è essenziale un percorso di espansione della consapevolezza. Per esempio, il lavoro autobiografico relativo alla propria storia sonoro-musicale.: la conoscenza rispetto alla sfera pre, peri e post natale, l’educazione musicale precoce nella fase preverbale, le prime esperienze musicali in famiglia, nell’asilo etc.

Di importanza particolare sono i primi canti che abbiamo imparato, la loro melodia e la loro struttura ritmica.

Qui di seguito presento un articolo nel quale metto a fuoco i mie ricordi sonoro-musicali tra i 5 ed i 15 anni. La ricerca di questi eventi porta alla superficie una certa consapevolezza, molto materiale verbalizzabile e non, atmosfere ed emozioni, immagini nonché sogni.

 

Ricordi musicali della mia infanzia

Di Wolfgang Fasser

Se ritorno col pensiero agli anni di scuola vedo un piccolo Wolfgang allegro nella allora casa paterna. Sto vicino alla porta di casa, probabilmente pronto per uscire fuori per dedicarmi al tanto amato gioco nella natura. Guardo verso la porta dello studio di mio padre. La porta è chiusa e sento un’allegra operetta. Talmente forte che non sento cosa fa mio padre. Mio padre passava molte ore in questa stanza, lavorava per la scuola di cui era preside e aveva anche da fare molti lavori per la politica sociale e dell’istruzione. Il suo ufficio sembrava essere un auditorio. Una grande quantità di dischi, cassette e nastri erano disposti ordinatamente e ben catalogati. A quei tempi non avevamo un televisore, era la radio che portava le notizie e radiodrammi e molti concerti nella casa. Mio padre amava la musica classica. Opere ed operette, sinfonie e musica da camera. I miei fratelli ed io ridevamo spesso quando ascoltava le arie, per le nostre orecchie da bambini avevano il suono di pigolio e lamenti.

Ogni anno faceva un viaggio studio di due o tre settimane nelle città importanti della Germania. Ascoltava concerti e andava a teatro. Riportava non solo i programmi e le descrizioni degli artisti, ma anche dei racconti estremamente interessanti sulla vita di là. Essendo una persona parsimoniosa che sceglieva bene come voleva spendere i suoi soldi, pernottava sempre in pensioni semplici ed economiche.

Con entusiasmo ascoltavo i sui racconti dei personaggi poco raccomandabili nel quartiere del porto di Amburgo. Descriveva con immagini l’ambiente dove abitava e le persone che incontrava. Non mancavano furfanti e prostitute, gentaglia poco trasparente e personaggi della malavita. Mia madre rimaneva sempre a casa con noi 5 figli, si interessava di più all’arte figurativa, i vulcani e i loro minerali e l’alta montagna.

Spesso, soprattutto la domenica, si sentiva la musica dallo studio del padre: erano dei veri e propri concerti di casa. Ero incantato dalle sinfonie. Sentivo l’atmosfera, la varietà e gli innumerevoli strumenti come ampi spazi, abissi misteriosi e molti colori. Questo mondo lo ritrovavo nella mia passione per le camminate in montagna. Già all’epoca dell’asilo avevo il presentimento che la mia vita sarebbe stata diversa da quella dei miei amici. Volevo sapere chi è e dove si trova Dio. Questa ricerca trovò una risposta percettibile e non pronunciata nella musica del padre e in occasione degli innumerevoli pomeriggi nella foresta e in montagna. A volte mia madre mi portava con sé quando andava a cercare cristalli. Se la roccia ci offriva queste pietre preziose, sentivo nuovamente questo mistero davanti a me. Cose sconosciute ma non straniere, spazi nutrienti che danno forza. Supponevo che questo fosse la presenza divina.

Quando avevo 5 anni mia madre mi portò all’asilo di Erlen, un paese vicino. Ricordo la gentile maestra. C’era una grande stanza dove noi bambini eravamo radunati. Spesso eravamo seduti su piccole panchine in cerchio. Con entusiasmo cantavamo canzoni facendo dei movimenti: “Rose rosse nel giardino”, “Il cappello ha tre angoli” e “Giovani cigni e anatre”. Molte canzoni per bambini che conosco sempre. Corrispondevano al corso dell’anno. In particolare mi piacevano le canzoni di primavera, perché allora arrivava il periodo in cui potevamo stare fuori tutto il giorno. Se oggi ritorno nei pensieri a quei tempi, sento le molte voci di bambini, sento l’odore dei gessetti e delle penne e mi sembra di sentire anche una chitarra. Mi ricordo appena che nei giochi con canzone e gesta non capivo sempre di cosa si trattava. Mi vergognavo di sbagliare. Nonostante gli occhiali non vedevo tutto, ma allora non ne ero cosciente. Ciò mi rendeva timido e riservato.

Nel corso degli anni della scuola primaria cantavamo molto. Anche nei movimenti dei Lupetti e degli Scout. Momenti indimenticabili di notte intorno al fuoco. Andai al mio primo concerto con la scuola: Carnevale degli Animali di C. Saintsance. Quanto ero entusiasta dei molti musicisti e del mondo magico che creavano. In occasione di grandi feste nel paese suonava la banda. Uomini con belle divise si presentavano orgogliosi. Portavano grandi corni ad arco di colore oro e tamburi bianco rossi.

Nella terza avevo un insegnante particolarmente gentile, il sig. Hans Comiotto. Potevo mettermi subito nella prima fila, così avrei potuto vedere bene la lavagna, disse. Partecipavo alle sue lezioni di flauto dolce. Ogni settimana, verso la fine della giornata, tirava fuori un lungo tubo di legno. In cima aveva qualcosa che rassomigliava a un tubicino. Diceva ridendo che avrebbe dovuto introdurre dell’olio. Poi suonava in modo meraviglioso. Suoni bassi e scuri che riempivano l’intera stanza di calore.

Il mio successivo insegnante suonava il violino. A undici anni la nostra classe cantò per i veterani nella grande sala comunale. Il nostro insegnante era orgoglioso di noi e vidi che era un momento importante per lui. Gli uomini anziani avevano le lacrime negli occhi quando cantavamo con fervore la canzone triste “Avevo un compagno”. Nello stesso anno cantammo uno spettacolo natalizio. Era previsto che facessi una parte solista. Nelle prove tutto andò bene. La sera dello spettacolo davanti al pubblico, al momento giusto, non usciva niente dalla mia bocca. Ero molto imbarazzato, visto che volevo fare tutto bene. Mia madre mi consolò dicendo: Può succedere, non è grave.

Un giorno c’erano grossi preparativi nel paese. Si organizzava una festa dei cantori svizzeri. Innumerevoli cori si esibirono nella grande tenda, dappertutto c’era l’atmosfera di festa. La domenica le campane della chiesa suonarono particolarmente a lungo e un grande coro cantò canzoni folcloristiche svizzere. Vissi questo avvenimento dall’esterno. Nonostante il fatto che anche noi della scuola cantavamo, non lo sentivo come la mia musica. Eravamo già toccati dalla musica moderna proveniente dall’Inghilterra: i Beatles.

Ogni primavera, nel periodo del disgelo, il circo veniva nel paese. Gli agili uomini  montavano la grande tenda in piazza. Intorno c’erano i carri con gli animali e noi ragazzi passavamo ore di curiosità e interesse in questo mondo sconosciuto. La domenica il momento era arrivato: Il clown apriva lo spettacolo nella colorata tenda illuminata. Sopra il portone c’era l’orchestra del circo. Suonarono musica allegra e mi meravigliai sempre come i cavalli ed elefanti andavano a tatto. La batteria suonò piano e piena di tensione quando la ragazza snella camminava sulla corda. Mi correvano i brividi giù per la schiena. Riuscita l’acrobazia, la tensione si sciolse nell’allegra musica da ballo.

La nostra famiglia è cattolica e così siamo stati educati. Nelle ore di religione il Reverendo prete ci raccontava di Gesù. Leggeva la Bibbia e insegnava anche con le botte, se necessario. In contrasto a questo vivevo una dimensione completamente diversa dell’annunciazione della fede durante la messa. Ero affascinato dai riti, dai colori dell’abito del Prete e dal Latino a me incomprensibile. A volte mio padre mi portava con sé alla messa cantata; questa messa solenne era con coro e musica d’organo. Molta gente veniva alla messa, tutti, anche i signori della vita pubblica. In seguito andai spesso in montagna la domenica e sentii da lontano il suono festoso delle campane. Mi avvicinò al mondo della Messa solenne e alla vicinanza di Dio nelle montagne.

Lì mi trovai in un’atmosfera di rumori e suoni arcaici. Il silenzio degli ampi spazi, taccole gracchianti nel vento delle montagne, a volte sassi cadenti o il suono inconfondibile di valanghe di neve. Fulmini e tuoni ci facevano sentire la forza e la pericolosità delle montagne e lo sgocciolare della pioggia nella foresta era spesso perfino accogliente.

In famiglia, per quanto mi ricordo, si cantava solo in Avvento e a Natale. Noi figli cantavamo con gioia e la madre ci aiutava con la sua voce chiara, mentre il padre ascoltava con gusto. A volte prendeva un vecchio giradischi dal grande armadio del salone e metteva dei dischi stravecchi. Ascoltavamo Santo Natal. Gli autori venivano dalla patria di mia madre: la città di Salisburgo. Affascinati da questo apparecchio con l’ago di ferro e il corpo a forma di corno andavamo di nascosto, in assenza dei nostri genitori, proprio in questa stanza e ascoltavamo vecchi dischi. Glenn Miller, Kurt Weil ed operette. Il salone era riservato ai visitatori ed alle feste. Il tempo che ci divertivamo nella stanza proibita passava sempre troppo alla svelta.

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La musicoterapia vive molto dell’ascolto. Tuttavia, non è da prendere per scontato che il musicoterapista ascolti sempre, così come il musicista.

Anche questa osservazione sembra un paradosso ma spesso è la verità. Tutto ciò invita a domandarsi:

Quale importanza ha l’ascolto nella mia organizzazione sensoriale?

Che tipo di ascolto intendo usare?

Sono capace di avere una attenzione fluttuante tra i vari analizzatori, in particolare occhio ed orecchio?

Attraverso un protocollo sincero e lineare di una seduta o anche semplicemente di un evento ordinario della nostra vita  è facile trovare delle risposte adeguate.

Nell’articolo che segue riporto la descrizione di una semplice passeggiata domenicale sugli altipiani del Lesotho, in Africa nel 1989 con il mio cane guida Guasco.

 

Piccole mani nere

Di Wolfgang Fasser

Un bel giorno, per essere più preciso una domenica, giorno di riposo, incontro i miei piccoli maestri, artisti della povertà: ragazzi semplici dell’altopiano di Taba Tseka, nel Lesotho.

Stavo uscendo dal mio Ntlo (casa rotonda tradizionale africana) per una passeggiata con il mio cane guida, una giratina per divertirsi e passare il tempo.

Siccome il tempo è quasi sempre bello e asciutto, la vita si  svolge prevalentemente all’aperto.

Passo accanto a due ragazzi piccoli e li saluto. Loro mi rispondono con le forme gentili tradizionali: “Pace sia con te padre”.

“Pace sia con voi figli miei”. “Come va la tua vita?” – “Bene, vivo bene.” “Come va la vostra vita ragazzi?” – “Stiamo bene, c’è  pace. Il Signore è con noi. Dove vai padre?” – “Vado a fare una giratina con il mio cane.” “Ti auguriamo una buona strada a te e al tuo fratello-aiuto.” Questo dicono con voce melodiosa e tornano al loro gioco. “State in pace figli miei”, rispondo secondo la loro usanza.

Continuo a camminare lungo il sentiero spianato dai mille passi nostri e degli asinelli fedeli. Passando accanto ad altre case, sento il chiacchiericcio, detto meglio “palavre” domenicale delle donne. Racconti  delle donne in cui io, come uomo, non c’entro e così lascio passare le loro voci come il fruscio di un ruscello. Parlano in un modo tranquillo e melodioso, a momenti più animate o agitate, e poi in grande intesa collettiva: dialogo fra donne.

E’ già meraviglioso ascoltare senza cercare di capire; proseguo la mia passeggiata e seguo il passo del cane, oggi lascio scegliere a lui dove andare. Sento il rumore della vita di un paesino della vicina collina. Bambini che cantano, ridono e corrono. Un gruppo di giovani pastori fa una gara di parole. Vince chi può parlare e fare i discorsi più impressionanti. La fantasia crea tutto.

Antiche storie tornano vive, fanno paura, divertono, alla fine è chiaro che il vero raccontastorie della giornata è lui e viene  festeggiato con i canti delle ragazze decorate del paese. Un onore che fa tremare il cuore ed illuminare gli occhi del beato fratello. Una gioia della quale vivrà a lungo durante i suoi pascoli solitari, con le capre e pochi amici.

Il paesaggio sonoro mi racconta. C’è vita dappertutto. Il ragliare dell’asinello e l’abbaiare del cane fanno parte dell’orchestrazione. Cosa sento qui?

Sembra una chitarra ed anche una percussione. Arrivo e mi metto a sedere sulla sabbia.

Un ragazzino mi fa toccare la sua chitarra; il prezioso strumento è fatto con una grossa lattina di olio vuota, schiacciata nel mezzo e con sei elastici come corde.

La percussione consiste in cinque fili di metallo che un ragazzo batte insieme. Tre ragazzine ballano. Questo piccolo gruppo prepara una serata particolare di intrattenimento per il paese. Il solito canto serale sarà abbellito con la performance di questo gruppo in gamba. Si esercitano con tanto entusiasmo.

Voci naturali, musica e ballo. Per salutarmi mi regalano la loro canzone preferita: un canto d’amore. Mi meraviglio e mi allontano dal paese accompagnato dalla loro musica.

Il mio giro mi riporta dopo due ore al mio piccolo paese. I miei piccoli amici sono ancora lì dove li ho salutati, e così quel gruppo di donne. Sento che battono con qualcosa di metallo qualche ciocco di pietra e risate di giovani, chissà a cosa giocano così volentieri. Rimango lì per un’altra ora e seguo il loro gioco. La mia curiosità desidera una risposta.

Chiedo: “come si chiama il vostro gioco?”

“Non ha un nome,  padre” dicono e sembrano stupiti della mia domanda così fuori tema. “Con cosa giocate?” Piccole mani nere prendono la mia e mi lasciano toccare il loro tesoro.

Tre pietre e una vecchia lattina di birra, rimango affascinato e dico fra me e me: “grazie per questa lezione”. Dopo poco arriva una ragazza e chiama i miei piccoli amici. E’ la loro sorella. Prende il più grande, che ha sei anni, e lo carica sulla schiena. Matteo è paralizzato dalla nascita. Il fratello più piccolo,  Alberto, raccoglie i “giocattoli” e mi salutano con rispetto e con molta gioia. “Pace e salute sia con te padre”.

Li saluto augurando loro una  buona strada.

La forma narrativa degli eventi ci permette di raccontare anche l’esperienza musicoterapica proprio attraverso noi stessi.

Nell’attività musicoterapica quotidiana tra i diversi momenti ne viviamo anche molti che vanno oltre la parola oppure non sono del tutto riconducibili alla terminologia tecnica o scientifica.

Ugualmente è necessario essere in grado di raccontare l’accaduto: per liberarsi, per condividere, per comprendere, per formulare e in ultimo anche per analizzare.

Questo passo intermedio tra attività musicoterapica e verifica della stessa è di fondamentale importanza.

Scoprire le zone vuote (blind Spots) ci rende più aperti verso l’ignoto, verso una realtà da scoprire.

Il protocollo narrativo viene scritto integrando due prospettive: 1) l’accaduto nella stanza tra noi musicoterapisti e il paziente (mondo esterno); 2) l’accaduto dentro di noi: pensieri, emozioni, sensazioni corporeee ecc. (mondo interno). I due modelli vanno integrati armoniosamente.

 

Nell’articolo che  segue presento un “racconto” di una seduta musicoterapica.

Esempio di un protocollo narrativo di una seduta di musicoterapia integrativa

Di Wolfgang Fasser

In questo protocollo si racconta il percorso di una seduta con una bambina pluriminorata ipovedente con coinvolgimento familiare.

Descrizione dello svolgimento

Apro la porta dello studio, c’è Ester con Maria in braccio seguita da Rachele, entrano. Le saluto, rimango per un momento incerto sulla presenza di Rachele. Non la sento, neppure un solo passo. “Ma Rachele oggi c’è?” chiedo. “Sono qui” risponde a bassa voce, felice che mi sia interessato a lei. Entriamo nello studio dove, dal giorno precedente, c’è un grande cortina teatrale gialla che copre l’armadio di metallo. Ester esprime il suo entusiasmo per questa e va subito a toccare il tessuto. “Maria vieni, tocca anche tu la nuova tenda” dico e Ester ce la avvicina. Tocca e acchiappa il tessuto. Le faccio vedere la corda con la quale si tira la tenda e la apriamo insieme. Appare l’armadio e io prendo gli oggetti necessari. Poi richiudiamo la tenda. Maria, con il mio aiuto, tira la corda e quindi chiudiamo la tenda. Ester si è messa sul pavimento. Sorregge con entrambe le mani la bambina sotto le spalle e Maria riesce bene. Mi congratulo.

Ester vuole preparare Maria per la terapia, le toglie la giacca e le scarpe. Maria non vuole e dice ” no no no “. Si agita, vuole andare al termosifone. Allora Ester ce la porta per scaldarsi le mani. Ora Maria acconsente a farsi preparare e Ester la mette sul tappeto. Mi sono seduto e mi trovo davanti alla bambina. La cerco piano piano tastando e tocco le sue gambe. Siede con gambe allungate, le ginocchia leggermente piegate. “Aouu” dico, lei mi risponde. Alza la testa rivolgendosi a me. In modo un po’ rattrappito contraccambia il saluto. La voce un po’ rauca e schiacciata mi fa presupporre che non è seduta comodamente e quindi controllo la sua posizione. Effettivamente è seduta senza cuscino ed è completamente piegata in avanti con la parte inferiore. Il suo bacino è rivolto all’indietro e le ginocchia un po’ flesse. Quindi, automaticamente, si piega in avanti con tutto il tronco. Aiuto Ester a metterle sotto un cuscino. Aiuta a tenere Maria un po’ più alta ed io metto il cuscino. Toccando sento, sollevandole, che entrambe le gambe sono come bastoni dritti appesi al bacino. Ho l’impressione di rigidità e mancanza di attività. Una volta sul cuscino addrizzo le sue gambe in una posizione più comoda e comincio a chiacchierare un po’ con lei. Questa risponde sempre con “Hmmm” oppure “No no”. Il No talvolta è più sicuro, talvolta più indeciso. Mi sembra che capisca bene ciò che dico e che si diverta. “Gugi” dice, io provo ad intraprendere con lei un dialogo sonoro-vocale. Ma lei respinge la cosa e mi minaccia di graffiare: “pitigotti, no no none”. Accetto e lascio stare. Mi spiace che non voglia più fare giochi vocali con noi, e comunque del fatto che non io abbia più la possibilità per fare lavori con la voce con lei. Mi consola il pensiero che lei, in questa fase, abbia investito molta energia nel campo visivo e quindi la voce è passata in secondo piano. Mi piaceva molto fare esperimenti riusciti con la sua voce e con lei.

Prendo alla mia sinistra i sacchettini colorati e, uno dopo l’altro, li porgo a Maria. Le chiedo di prenderli prima con la destra e poi con la sinistra e di passarli a Rachele. Prende subito il primo sacchetto e lo scuote per aria, poi lo passa dicendo: “Tata”. Quindi seguono tutti e 10 i sacchettini e poi ritorniamo al gioco di  riconoscimento dei colori. Maria riconosce i colori di tutti i sacchettini richiesti. Ci congratuliamo. Partecipa silenziosa, concentrata e senza stancarsi. Ester è seduta dietro di lei e guarda in silenzio. Sono felice e meravigliato da come Maria stia andando bene. Rivolge il suo sguardo verso le mani di Rachele e, quando passa il sacchetto, mi guarda. La coordinazione visivo-manuale è indubbiamente migliorata. I gesti delle mani sono ancora un po’ impacciati, ma comunque può andare. Per non farla stancare chiacchiero per un po’ con lei. Collabora  per poi passare alla richiesta del fazzoletto successivo. Alla fine restano solo un sacchetto verde scuro ed uno verde chiaro. Rachele me lo dice prima e quindi ne scambio uno con quello rosso. I contrasti leggeri sono ancora troppo difficili per lei, penso. Maria chiama la mamma e Ester capisce che deve farle i complimenti e applaudire. “Viva Maria, sei proprio una brava bambina”, dice in modo convinto e allora anche Maria applaude. Rachele la accarezza e le da’ un bacio. “Baba, Baba” dice Maria e Rachele ridendo dice. “No, no, sono la Tata!”. Maria indicando i suoi pantaloni ripete la parola Baba. Ester mi spiega che tutto ciò che Maria possiede viene dal babbo. Tutto ciò che è bello e buono. Si rivolge a Rachele e, con voce ironica, dice : “e noi due non contiamo niente, vero Rachele?”. Quest’ultima tace, mi rivolgo a Ester e per un momento lascio la mia attenzione su di lei. Sento il suo lieve respirare e quindi capisco che anche lei sta guardando me. C’è un momento di calda atmosfera: calma e imbarazzo da parte mia. Di rado vedo Ester come Ester, di solito è sempre la madre, quasi mai la persona al centro della mia attenzione.

Mi rivolgo di nuovo a Maria e chiacchiero un po’ con lei. Volge il suo sguardo verso di me con attenzione. Facciamo il gioco abituale con le palle. Le porgo le palle, ne elenco le qualità tattili e Maria le passa nell’altra mano e poi a Rachele, talvolta anche alla mamma. Anche Baba riceve 3 palle. Visto che lui non c’è le metto da parte e le dico che queste sono per il babbo, che ora è al lavoro. E’ d’accordo e vuole dare due palle anche alla nonna. Metto questo in un altro posto lì vicino. Le palle grosse e leggere sono più difficili da prendere per Maria, quindi le passa oltre direttamente con la destra. Nel rimetterle nel sacco blu Maria si ricorda delle palle del babbo: “Baba baba” esclama con voce energica e punta la sua mano nella direzione delle tre palle. Ogni volta che mi porge una palla, la tengo nella mia mano. Maria si rivolge a me e mi mette la palla nella mia mano. Talvolta guarda in basso e cerca, tastando, la mia mano. In questi casi è un po’ più impacciata e ha bisogno di più tempo. Se si stanca tende ad inclinarsi in avanti, ad inarcare la schiena e a non orientarsi più con il contatto visivo. La sua abilità con le mani dipende molto dalla corretta posizione del suo bacino. Le propongo di venire sul cuscino e riposarsi  un po’. Risponde con “Pitigotti”, io penso che lei creda che ora vogliamo muovere le gambe, per questo scansa il cuscino.

Ora acconsente e si sdraia sulla schiena. Ridacchiando fa il verso del russare e la madre, pure lei, ridendo, commenta. “No, no, qui non si dorme” dico in modo spassoso, e le passo la mano sullo stomaco. “Hmmm” fa Maria. “Aha, vuoi un piccolo massaggio Maria”. E lei dice contenta di sì. Quindi l’accarezzo un po’ sullo stomaco e sulle gambe. Con grandi sfioramenti con tutte e due le mani passo su tutto il corpo facendole sentire la superfice e la forma del suo corpo. Cerco di sperimentare il corpo come un tutto, con grandi sfioramenti. Maria rimane calma, nel sottofondo sentiamo “l’aria” di Bach. La cosa procede per 2 o 3 minuti. Ester guarda silenziosa e Rachele fa dei palloncini con la sua gomma da masticare. Apprezzo la situazione divertente e rilassata. Le poggio, uno sopra l’altro, i sacchetti sullo stomaco. Li prende, lo sventola nell’aria e lo mette accanto a lei oppure lo passa oltre. Se indugio un momento con il sacchetto successivo, allora Maria reagisce subito con un “Hmmm” ben evidente. Si diverte. Si gira di sua volontà a sinistra e si avvicina così un po’ più alla madre con la mano. “Mama”, dice porgendole il sacchetto. Ester è contenta e si congratula con la bambina. Aiuto Maria a sedersi e la prendo in grembo.

Dice subito “Gugu” e io rispondo col suo linguaggio. Volge il suo sguardo verso di me e va avanti con il vocalismo. Ripete alcune formazioni nelle quali è contenuta la i. II in tono ascendente oppure discendente, poi oo oppure uu. Dopo una sequenza melodica le dico: “Brava, sai cantare”. Maria conferma con “Hmmm” e fa dolcemente e melodicamente: “uuuu” e poi “aaaa”. Ci congratuliamo con lei. Lei applaude e si guarda attorno e poi china la testa e tasta con la destra prima la sua e poi la mia gamba. Si aggrappa ai suoi pantaloni e dice: “Baba”. “Tutto viene dal babbo, vero Maria”, dice la mamma. Maria si rigira e dice energicamente “Hmmmm”. Guido la sua mano e proseguo con il gioco del tatto sulle nostre gambe. Nella Fisioterapia  facciamo spesso questo gioco: “Maria sul cavallo”. Lei in questo gioco è la cavallerizza e io il cavallo. Il debole cavalluccio fa cadere giù la bambina e quindi Maria deve aggrapparsi con le mani alle mie cosce. Oggi poggia le mani sulla mia coscia, spinge un po’, chiude i gomiti e, con la voce, emette un suono di gola come si fa quando ci sforziamo con il corpo. Ripete con zelo e noi tutti ci divertiamo. Nel frattempo schiocca e fa il tipico rumore del cavallo che va. Ester si congratula con lei.

Alla fine ci sediamo sul lettino sonoro. Invito Rachele a suonare con Maria. Accetta, si siedono entrambe sul cuscino accanto al letto. Io sono alla loro sinistra. Quando chiedo se la mamma si può sdraiare sul lettino, Maria risponde con “Mamma, mamma” e protende la sua mano in alto verso la superfice del lettino. “Vengo”, risponde contenta e rilassata Ester. Si sdraia e tocca la mano di Maria: “sono qui”. Ora cominciano a suonare. Rachele suona lentamente e con calma, Maria pizzica, lascia risuonare, pizzica di nuovo, una e poi anche più corde, picchia su di loro e poi le accarezza. Suona impulsivamente e sembra poi riascoltare il suono che riecheggia mentre Rachele suona come un sottofondo. Ripetono lo stesso modello musicale come alcune settimane prima sul gong. Ascolto commosso e mi rilasso. Ester è in silenzio assoluto. Sono seduto vicino alla sua testa e non sento affatto respirare. E’ completamente rilassata. Il tutto dura circa 5 minuti, tutti sono immobili, Maria è tutta allegra. Ormai è ora di interrompere e, con le mie congratulazioni alle due suonatrici, interrompo il suono. Suonano entrambe ancora un po’, Maria chiama la madre, Ester si mette seduta e rimane ancora un momento. “E’ veramente così rilassante stare su questo lettino sonoro, mi ha fatto davvero bene!” dice Ester con una voce più calda e profonda del solito. Ha bisogno di un momento per riprendersi. Mi rivolgo a lei, rimango un attimo in silenzio e poi le dico: “fa bene sdraiarsi e rilassarsi”, e lei risponde “davvero!”.

Terminiamo la seduta, la mamma mette le scarpe alla bambina e ripone i giochi da parte. Ci salutiamo sulla porta e Maria, dalle scale, chiama ancora una volta: “Aouu”.

La seduta lascia in me un caldo ricordo interiore.

Supervisionato il:

14/07/00

“Che tesoro meraviglioso contiene

ognuno degli incontri

che incrociano la strada della nostra vita”

(Koin Torkada)

 

SCHEDA DI VALUTAZIONE MUSICOTERAPICA

Di Katja Gieselman

Nome paziente:

Età:

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Scheda per l’osservazione musicoterapica 

di G. Bonardi

  1. Sensazioni fisiche

2. Emozioni e affetti

(Tratto dalla Dispensa utilizzata nel Laboratorio “Osservazione Musicoterapica”,  Corso quadriennale di Musicoterapia, Cittadella Assisi, 1999)

 

Hai già pensato?

Autodefinizione  del musicoterapista e della sua musicoterapia

Di Wolfgang Fasser

L’identità professionale del musicoterapista e musicoterapeuta è attualmente in tutto il mondo in una fase di riformulazione e ridefinizione.

I percorsi per arrivare all’obiettivo sono vari e per natura della disciplina “Musicoterapia” è necessaria un’integrazione delle diverse scuole di pensiero, teorie di riferimento, modelli, metodi nonché  visione dell’uomo.

Per facilitare questo processo di auto-definizione nella comunità professionale la rivista musicoterapica tedesca “Musiktherapeutische Umschau” propone regolarmente questionari compilati da musicoterapeuti attivi e interessati al tema.

L’attento studio delle domande e la formulazione delle risposte nel questionario che segue evocano un processo molto interessante e arricchente: provare per credere e … buon divertimento!

 

Questionario per l’autodefinizione del proprio lavoro musicoterapeutico

Di Wolfgang Fasser

  1. Dai una breve descrizione del suo lavoro, dove non emergono i concetti di musicoterapia, psicoterapia e pedagogia speciale.
  2. Quale è la particolarità del tuo metodo rispetto ad altri metodi musicoterapeutici?
  3. Nella tua terapia, il processo di rinnovamento psichico, è presente maggiormente  nella musica o nel dialogo?
  4. Quale significato ha la ricezione musicale nel tuo lavoro?
  5. Quali altri livelli di espressione, comunicazione e esperienza fanno parte del tuo lavoro?
  6. Per quali motivi manderesti un paziente da un collega musicoterapeuta?
  7. La musicoterapia viene sempre più concepita come esperienza psicoterapeutica. Qual è la tua opinione a riguardo?
  8. Quali altri fondamenti psicoanalitici e psicologici ritieni necessari per la formazione?
  9. Come evolverà la tua terapia nei prossimi 10 anni?
  10. Qual è la domanda che, a tuo parere, manca in questo questionario?

 

Beati coloro che sanno lasciare andare,

creando spazio

per accogliere il nuovo

Note sull’autore:

Wolfgang Fasser Musicoterapista e Fisioterapista diplomato

Responsabile dell’Atelier di improvvisazione musicale “ilTrillo” (Poppi).

Svolge attività di docenza e di supervisione in Italia e in Svizzera.

e-mail: info@wolfgangfasser.ch