di K. Gieselmann

Il progetto d’intervento 

Il progetto di musicoterapia, formulato da un musicoterapista dovrebbe contenere le seguenti voci, o punti:

  • L’inquadramento generale del caso con delle considerazioni specificamente musicoterapeutiche, e quindi l’illustrazione dei motivi per i quali si ritiene opportuno proporre un trattamento di musicoterapia.
  • Il modello teorico di riferimento e la tecnica operativa che ne consegue.
  • Le modalità tecnico-organizzative: orari, scadenza, durata totale, luogo, strumentario
  • Le modalità di verifica

L’inquadramento generale del caso dovrebbe distinguere le informazioni “oggettive”, come per esempio la diagnosi, dalle considerazioni più specificamente fatte in sede di valutazione musicoterapica.

E’ quasi inevitabile che il musicoterapista venga a sapere la diagnosi clinica della persona a lui affidata per la musicoterapia. Ciò nonostante ritengo, che potrebbe essere meglio, se il musicoterapista fosse capace ad ignorare la diagnosi, perché sono molto più preziose le esperienze che lui o lei fa a diretto contatto con la persona. Sono esattamente queste le “nozioni” che – a mio avviso – devono essere descritte nella prima parte del progetto di musicoterapia, insieme alle prospettive che secondo il musicoterapista potrebbero risultare da queste considerazioni.

Il modello teorico di riferimento e la conseguente tecnica operativa sono stati e continuano ad essere oggetto di molte polemiche, che creano altrettante confusioni e poca chiarezza, in chi si avvicina alla musicoterapia. Penso che, se il progetto è un documento che come pura formalità va consegnata all’ente committente dell’intervento, possono bastare poche frasi piuttosto generiche sul modello teorico e alcune spiegazioni molto concrete sulla tecnica operativa. Queste spiegazioni dovrebbero riferirsi al paziente in questione.

Per il musicoterapista invece è piuttosto importante avere chiarezza riguardo al modello teorico di riferimento e alla conseguente tecnica.  Lui o lei deve essere in grado di spiegare ad altri che cosa intende fare e perché. Infine la scelta del modello di riferimento è anche la prima scelta da fare nella ricerca di un supervisore.

Riguardo alle modalità tecniche ed organizzative del progetto, è facile ritornare ancora sul discorso delle condizioni preliminari (vedi capitolo 1).

Inoltre, il progetto è spesso vincolato dalla situazione contrattuale del musicoterapista. Così, non può progettare un intervento a scadenza bisettimanale, se è prevista la sua collaborazione con l’ente una sola volta la settimana e così via.

Nel caso di Enzo, presentato nel primo capitolo come esempio e di cui segue il progetto, le condizioni sono piuttosto positive, perché sono presente in questo Centro due giornate intere la settimana, esiste una stanza di musicoterapia con strumenti e pianoforte, gli operatori accompagnano gli utenti alla stanza di musicoterapia e li vengono a prendere nell’orario prestabilito.

Vorrei a questo punto ricordare che mi ci è voluto un anno per creare queste condizioni e quindi adesso, Enzo può fare la musicoterapia.

Anche la durata del progetto è estremamente vincolata dalla situazione contrattuale.  Si può progettare un intervento della durata, per esempio di due anni, a scadenza settimanale, ma d’estate si dovrà interrompere per la chiusura del Centro, o il contratto con il musicoterapista scade e non si sa, se ci sarà la proroga. Forse, in questo caso, bisogna ignorare eventuali imprevisti e illustrare il progetto così come andrebbe fatto, premesse le possibilità di realizzazione.

Le modalità di verifiche sono un argomento al quanto complesso. Vi sono comunque tre momenti nel protocollo d’intervento (vedi capitolo 1), fondamentali per le verifiche: Il primo è la valutazione musicoterapica. La scheda elaborata da me, o altri modelli di schede, che ogni musicoterapista può elaborare in modo a lui congeniale, può servire molto, nel constatare anche dei minimi cambiamenti, compilandola con una certa frequenza, come per esempio una volta al mese.

Il confronto e dialogo con gli operatori è un altro strumento di verifica prezioso, anche se ovviamente gli eventuali cambiamenti di un utente da loro osservati, non saranno da attribuire esclusivamente alla musicoterapia.

Infine può anche essere uno strumento di verifica l’osservazione (fatta dal musicoterapista) dell’utente all’interno della sua realtà quotidiana. Ci si può in questo modo rendere conto, se i cambiamenti osservati all’interno del setting musicoterapico, sono in qualche modo riscontrabili anche al di fuori dello stesso.

Tutto il materiale di verifica elaborato dal musicoterapista è da confrontare con le osservazioni di altri operatori.

Per completare a questo punto l’esposizione del caso di Enzo, riporterò qui in seguito il progetto d’intervento.

 

PER ENZO XXX

Anno di nascita: 1976

La valutazione di un possibile intervento di musicoterapia con Enzo è stata richiesta a fine gennaio dal suo educatore di riferimento che mi ha spiegato la motivazione di questa richiesta, affermando che l‘unico modo di apertura e di comunicazione con Enzo sembra svolgersi attraverso i suoni.

Inoltre risulta, che da bambino E. avrebbe dialogato con sua madre, cantando. Ho saputo che oltre alla musicoterapia, E. va in piscina una volta la settimana e fa ippoterapia sempre con scadenza settimanale. Infatti, si dice, che il cavallo è l‘unico essere vivente che E. accarezza.

Ho notato, che Enzo trascorre maggior parte del suo tempo in corridoio, accovacciato per terra. Spesso con la testa nascosta sotto il maglione. E. è non vedente. Sono frequentissime le manifestazioni autolesionistiche e urla d’intensità fortissima, ma anche canti intonati. Il linguaggio verbale in E. sembra assente, anche se mi è stato riferito che lui sarebbe in grado di parlare ma utilizza il linguaggio verbale soltanto in rare situazioni.

Enzo accetta di venire alla seduta di musicoterapia e ho potuto osservare che, dopo alcuni minuti trascorsi nella stanza di musicoterapia, la frequenza delle manifestazioni autolesionistiche diminuisce notevolmente, e alcune volte sono del tutto cessate per l’intera durata della seduta.

L’elemento sonoro-musicale è estremamente facilitante nel tentativo di instaurare una relazione con Enzo.

Dal momento che E. presenta un senso musicale abbastanza sorprendente in relazione alla gravità del suo deficit intellettivo, il canale sonoro-musicale è indubbiamente da privilegiare, anche perché è quello apparentemente preferito da Enzo stesso.

Per permettere che per esempio le urla forti e violenti di E. si possano trasformare in esperienza di comunicazione, lui ha bisogno di uno spazio, in termini di luogo e di tempo, dove le sue urla siano ascoltate ed accettate. Questo spazio è il setting musicoterapeutico. 

Il setting per il momento sarà costituito da due sedie, posizionate davanti al pianoforte, il pianoforte, un tappeto per terra.

Il modello teorico di riferimento, al quale questo progetto fa capo, è da collocarsi nella psicologia dinamica. E più specificamente nel concetto delle sintonizzazioni, introdotto da D. Stern e portato in contesto musicoterapico da Pierluigi Postacchini.

Per sintonizzazioni si intende una condivisione empatica di stati affettivi. Questa condivisione empatica si manifesta in musicoterapia ovviamente prevalentemente attraverso il canale sonoro-musicale.

Quindi nel caso specifico di Enzo riprendo ancora l’esempio delle sue espressioni vocali, che attraverso le sintonizzazioni, possono sbocciare in dialoghi sonoro-musicali. La musicoterapia con Enzo di conseguenza dovrebbe facilitare la sua esperienza di comunicazione e di espressione libera.

Enzo esprime un forte bisogno di catarsi, attraverso le sue manifestazioni autolesionistiche e le sue urla fortissime. Durante le sedute di musicoterapia, le manifestazioni autolesionistiche sono diminuite di frequenza, o addirittura cessate, e le urla che spesso accompagnano questi gesti, sono spesso anche aumentate d’intensità. Questo indica che la musicoterapia può condurre Enzo all’esperienza di catarsi meno dolorosa e più sana. L’elemento sonoro diventa veicolo della relazione, diventa oggetto intermediario (Benenzon).

Enzo potrà essere aiutato ad utilizzare la sua musicalità, una sua risorsa sana, per modulare il suo mondo interno e quindi condividerlo, attraverso delle esperienze di comunicazione non-verbale. Questa esperienza contribuirà a lungo termine ad un arricchimento della vita relazionale di Enzo.

Più concretamente questo significa che la tecnica scelta per il presente progetto di musicoterapia è quella della musicoterapia improvvisativa con riferimenti teorici dei modelli proposti da Postacchini e da Benenzon.

L’approccio sarà la creazione di un clima di accoglienza e non-direttività, nel quale Enzo avrà piena libertà di espressione e la musicoterapista dovrà mostrarsi capace di ascoltare e accogliere le sue espressioni, elaborarle, eventualmente anche rendendole “più musicali”, e dare così la possibilità di far nascere dei dialoghi sonori e di conseguenza una relazione musicoterapeutica, con gli obiettivi sopra indicati.

Si propone la frequenza bisettimanale con gli orari concordati con l’équipe. Le sedute si svolgeranno nella stanza di musicoterapia del Centro Socio-Educativo e avranno la durata di trenta minuti.

Enzo dovrà essere accompagnato alla stanza di musicoterapia da un operatore del Centro, che dovrà anche tornare a fine seduta a prenderlo.

Così proseguendo, Enzo farà circa quaranta sedute di musicoterapia fino alla chiusura estiva del Centro. Si suggerisce la protrazione del lavoro di musicoterapia con Enzo per almeno due anni.

La verifica continua dell’andamento di questo intervento sarà effettuata attraverso la frequente compilazione di una scheda di valutazione musicoterapica, elaborata da me. L’elaborato di questa documentazione dovrà essere confrontato con le osservazioni dell’équipe, in modo che il progetto di musicoterapia si integri con il progetto generale riabilitativo del CSE.  Per garantire tale continuo confronto, la musicoterapista s’impegnerà di essere presente alle riunioni d’équipe almeno una volta al mese e di concordare dei colloqui individuali con l’educatore di riferimento di Enzo e con la psicologa supervisore dell’équipe, una volta ogni due mesi.

Le modalità di verifiche

Si può capire molto della mia opinione sulle verifiche, dall’argomento della presente tesi e dal progetto precedentemente riportato. Credo che i risultati di qualsiasi intervento terapeutico, riabilitativo, preventivo o educativo sono multipli qualora integrabili con tutti gli altri interventi. Di conseguenza le verifiche, o meglio, il confronto di diverse verifiche, dovrebbe avvenire in équipe.

Ovviamente deve esistere anche un momento di verifica musicoterapeutico, prima del confronto con gli altri operatori. Questo è un argomento piuttosto delicato e complesso. Come si verifica un intervento musicoterapico?

Evidentemente bisogna avere a disposizione, per esempio sotto forma di progetto d’intervento, gli obiettivi di tale intervento. Poi si dovrà verificare se questi obiettivi sono stati raggiunti. In casi di handicap “gravi” e “gravissimi”, questi obiettivi possono essere “minimi” e i tempi altrettanto lunghi.

Infatti, nel caso di Enzo, l’esempio riportato in precedenza, ho proposto la musicoterapia per al meno due anni.

Le verifiche non devono avvenire, però soltanto all fine del progetto, ma con una certa frequenza, come per esempio mensilmente.

Per poter svolgere questo lavoro è di fondamentale importanza avere a disposizione del materiale scritto. Tra questo, i protocolli di sedute sono per la mia esperienza il materiale più prezioso in assoluto. Vorrei a questo proposito riferire dell’intervento musicoterapeutico che svolgo con una giovane donna autistica, da quindici mesi con frequenza bisettimanale. Affidandomi soltanto ai ricordi delle sedute con questa paziente, avrei affermato che in settanta sedute di musicoterapia non è cambiato niente, il progetto di conseguenza si potrebbe ritenere fallito e da sospendere.

Ho consultato però i protocolli di seduta e facendo lo sforzo di rileggerli tutti (erano trenta protocolli, quindi 50% delle sedute svolte sono state protocollate), mi sono accorta di uno sviluppo relazionale tra me e la paziente. Un progresso molto fine, che non solo si deduce dai fatti avvenuti nelle sedute e riferiti nei protocolli, ma anche dall’atmosfera, dalle emozioni che si rivivono, leggendo i protocolli. Potevo rendermi conto del cambiamento transferiale e controtransferiale di protocollo in protocollo. Con questa preparazione mi sono presentata al colloquio di verifica con l’educatrice di riferimento, la psicomotricista e la psicologa supervisore dell’équipe. E si è deciso di proseguire la musicoterapia con questa paziente per un altro anno, mantenendo la frequenza bisettimanale.

Concludendo posso quindi affermare che i protocolli di seduta sono lo strumento più prezioso di verifica per il musicoterapista. Le schede di valutazione, che ogni musicoterapista può elaborare (nel capitolo 1 vi è un esempio di una tale scheda), possono essere molto utili per documentare le verifiche all’équipe o qualunque altro committente dell’intervento.

Infine, sempre in ambito di verifiche, può essere utile, scrivere una breve relazione, per esempio a fine anno, o a intervento concluso.

Relazioni di questo tipo sono quasi sempre richieste dai dirigenti delle istituzioni e possono aiutare il musicoterapista nell’illustrazione del suo lavoro all’équipe. Dal momento che, per il caso precedentemente presentato (Enzo) il percorso di musicoterapia è iniziato da poco, farò l’esempio di relazione di fine intervento con un altro caso clinico che chiamerò Tiziana.

Si tratta di una donna di 35 anni con tetraparesi spastica e insufficienza mentale di grado elevato. Tiziana è in sedia a rotelle e muove solo la testa e un po’ le mani. Il linguaggio verbale è pressocchè assente, ma Tiziana dimostra una buona comprensione.

L’intervento di musicoterapia con Tiziana è durato un anno e due mesi ed è stato sospeso, perché Tiziana è stata inserita in un’altra realtà istituzionale presso la quale non è prevista la musicoterapia.

La relazione che segue è stata anche inviata a suddetta istituzione.

 

Tiziana XXX da novembre 2000 a febbraio 2001

presso il CSE XXX

Quando ho cominciato nel novembre del 1999 il lavoro di musicoterapia con Tiziana, le ho messo in mano una maracas, fatta da una piccola zucca. Da allora Tiziana ha sempre voluto e richiesto questo strumento, appena mi vedeva. Purtroppo, cadendo più volte, lo strumento si è rotto e Tiziana non ha mai veramente accettato nessun altro strumento. 

Ma quello strumento era solo l‘inizio della nostra relazione e ha fatto da tramite. Il vero strumento sonoro-musicale di Tiziana è la sua voce.

Abbiamo cominciato a lavorare sulla vocale “A“ e il lavoro consisteva inizialmente in un‘improvvisazione vocale da parte di Tiziana alternando soprattutto l‘intensità e la durata dei vocalizzi, accompagnata da me, sia con la voce, che con strumenti a percussione per dare ritmicità alle sue esecuzioni. 

Successivamente ho riportato con la mia voce delle variazioni sulle esecuzioni vocali di Tiziana, per farle esperire prima anche tutte le altre vocali, e poi anche alcune consonanti. Tutte queste variazioni sono state accettate da Tiziana e ha cercato di riprodurle.

Così per esempio, con il fonema “Ti“ abbiamo potuto inserire nelle nostre improvvisazioni anche dei suoni più staccati, corti, esplosivi. 

Tiziana ha fatto un vero e proprio “allenamento“ e quando poi è riuscita a dire “Ti“, ho completato il tutto esprimendo il suo nome.

Un‘altra tappa è stata quella di associare alle improvvisazioni vocali di Tiziana delle espressioni mimiche di emozioni, da parte mia, e viceversa, le espressioni mimiche di Tiziana sono state sonorizzate da me con la voce. Per esempio, quando Tiziana sorrideva intonavo una melodia dolce e in tonalità maggiore, quando rideva forte, facevo dei suoni più forti e crescendi di intensità. E così anche quando con il viso esprimeva tristezza, stanchezza, ecc.

Si può parlare quindi di sintonizzazioni affettive transmodali.

Ho voluto in questo modo contribuire all‘esperienza di Tiziana di sentirsi ascoltata e capita emotivamente, indipendentemente dal linguaggio verbale.

Un‘ulteriore “passo“ in questo senso è stato la traduzione delle esecuzioni vocali – che col tempo si sono fatte molto più ricche ed espressive – in movimenti. Così ad un suono ampio associavo un movimento ampio delle braccia e così via, fino ad arrivare a delle vere e proprie danze. Si potrebbe quindi dire che, Tiziana ha potuto “ballare con il mio corpo“, attraverso la voce. 

Un lavoro che avrebbe dovuto essere approfondito.

Tutto questo è stato possibile grazie alla grande volontà di Tiziana di collaborare e di andare avanti, ma anche grazie alla sua capacità di esprimere i propri gusti, i propri disagi e le proprie gioie.

Questo articolo viene publicato con il gentile permesso del”autrice.