La musicoterapia: una sfida esistenziale

 

di W.Fasser, musicoterapeuta, SFMT, AIM

Introduzione

Nei colloqui e nei preziosi scritti del Professor Gaetano Benedetti psichiatra e psicoterapeuta, noto per il suo lavoro con pazienti con disturbi psicotici ho trovato un forte invito a riflettere ampiamente sul pensare  e sull’agire nella mia proposta terapica. Benedetti afferma che l’incontro con il malato è per lo psicoterapeuta una propria scuola di autoriconoscimento e gli permette di fare passi verso l’umiltà e la dignità (Benedetti, 1998).

Il riferimento dialogico intensivo con cui Benedetti affronta l’evento psicoterapico sensibilizza incommensurabilmente il lato umano del terapeuta. Accettando questa sfida che diventa esistenziale ci mette anche di fronte alle proprie difficoltà aiutandoci ad un confronto continuo con se stessi e l’altro. Ogni incontro con il paziente diventa così una chance per avvicinarsi e sviluppare se stessi.

Dalle riflessioni e dalle esperienze dirette con il Professor Benedetti è emerso come i fenomeni e i principi da lui descritti siano in parte simili e ben riconoscibili nel mio lavoro musicoterapico.

In proposito ho seguito queste riflessioni e mi sono chiesto come questa sfida si manifesti in tutti i suoi aspetti nella quotidianità musicoterapica, quali siano le sue caratteristiche e come possano essere qualificate. E’ una ricerca continua  in cui nello stesso momento sboccia l’evento della terapia e il mio percorso umano e professionale.

 

La relazione terapeutica

Nella maggior parte delle definizioni di musicoterapia viene formulato esplicitamente l’elemento della relazione (Bruscia, 1993; Postacchini, 1997).

Il darsi ad un lungo percorso a due rende possibile la genesi e la formazione del rapporto terapico: lo spazio di un  dialogo curativo. Un’osservazione che già di per sé lancia una sfida esistenziale, alla quale peraltro si unisce la dimensione di transfert,  controtransfert e la dualizzazione, la loro accettazione coinvolge in un processo dinamico nei termini sia professionali che umani.

La sfida consiste nel nostro proporsi costantemente e regolarmente affidabili e pronti all’accoglienza, al confronto e disponibili con quanti siano bisognosi di aiuto. Il suo significato primario è da attribuire alla partecipazione personale al processo comune, vale a dire aprire la nostra interiorità e sostenere anche momenti che sono dolorosi, irritanti e spesso tristi.

In ambito musicoterapico ci incontriamo principalmente nello spazio non verbale. Attraverso le varie tecniche di sintonizzazione creiamo una vicinanza affettiva, entrando in contatto anche attraverso gesti inconsapevoli (Postacchini, 1987; Postacchini, 1997).

Tutto ciò va oltre il concetto di empatia usato frequentemente in ambito musicoterapico. Attraverso i linguaggi come la musica, il movimento, il tatto, i disegni ed il creare si entra infatti nell’intimità dello spazio vitale altrui. La forma del rapporto è spesso dissonante, di natura bizzarra e richiede coraggio e forza costante per far sì che tale intimità si esprima in termini positivi.

Da un lato abbiamo bisogno della capacità di sintonizzarsi, armonizzarsi quasi all’unisono, dall’altro è essenziale mantenere una distanza costante o meglio produttiva (Benedetti, 1998; Hegi, 1986). Questo equilibrio dinamico è una sfida quotidiana e costituisce uno dei fondamenti della psicoigiene personale.

 

La dualizzazione

Benedetti formula il concetto di “dualizzazione” nel senso di partecipazione al sintomo del paziente per essergli vicino come sostegno. Nelle parole di Benedetti: “Con quest’espressione io intendo che il sintomo psichico grave –un fossato che si apre tra il paziente psichiatrico e il suo medico- sia non solo “trattato” ma altresì vissuto dallo psicoterapeuta come “situazione” che include anche lui e lo avvicina  perciò al suo paziente. Partecipando, il terapeuta può più profondamente immedesimarsi nel sintomo, e il paziente può vivere il terapeuta partecipe come un compagno, come un aspetto della propria esistenza e perciò rinunciare alle resistenze contro di lui”. Qui sta la differenza centrale fra compassione e con-sofferenza. Quest’ultima ci sovraccarica e ci immobilizza nel procedere spontaneo. La comunicazione del sintomo deve essere forte per coinvolgere il terapeuta, ma allo stesso tempo abbastanza moderata per evitare che venga trascinato dal dolore. “Il presupposto di questo è però che il transfert del sintomo sul terapeuta avvenga in modo temperato, in modo cioè che non venga pregiudicata la sua gioia per la psicoterapia, per la persona del suo paziente e per se stesso, e che egli possa mantenere un punto di vista che resti all’esterno della malattia.” (Benedetti, 1998). Un confine generalmente difficile da cogliere nell’immediato; spesso viene percepito successivamente, quando ormai si è realizzato il pieno coinvolgimento.

Accettare la dualizzazione presuppone il poter incontrare noi stessi e l’essere in grado di vivere e di denominare i nostri sentimenti. In questo senso l’essere “in sé”, punto focale di tutta la pedagogia di Jacoby, è di grande aiuto e permette al terapeuta di mostrarsi agli occhi del paziente più umano e raggiungibile come persona.

Nei momenti di negatività, distruttività, perdita di contatto, scuotimento, aggressione e così via, è molto più difficoltoso rimanere aperti e la condivisione dei sintomi del paziente può diventare una minaccia vera e propria tanto che è facile attivare  meccanismi di autodifesa, rilevabili eventualmente e soltanto attraverso la supervisione. Come terapeuti il riconoscimento delle caratteristiche personali di difesa è una parte integrante della nostra ulteriore maturazione (Brutti, 1998).

Negli incontri prevalentemente non verbali con persone portatrici di handicap mentale o con pazienti psicotici in stati di forte regressione, la comunicazione assume carattere fortemente emotivo diventando debole fino a raggiungere il non razionale. Spesso è difficile esprimere verbalmente il vissuto così come riconoscerne l’ordine e la strutturazione e pretendere di tollerare questi momenti è impegnativo.

Anche la partecipazione al gioco simbolico come elemento della rappresentazione scenica del paziente richiede coraggio e dedizione. Tuttavia in queste situazioni si hanno  minori controlli sullo sviluppo tematico e ciò richiede  prontezza ad affidarsi al processo, nonché gioia alla partecipazione e all’improvvisazione.

 

Lentezza e microcambiamenti

Molti processi musicoterapici si estendono in un raggio di 60-80 sedute. In genere i cambiamenti hanno bisogno di tempo per realizzarsi per cui vengono ravvisati in un secondo tempo. Di conseguenza i piccoli passi così come  i “micro-obiettivi” devono esserci sufficienti per attribuire senso al nostro lavoro. Generalmente la prevedibilità è meno chiara dell’osservazione retrospettiva. Tutto ciò richiede a noi terapeuti una pazienza particolare ed una fiducia intensa negli sviluppi del paziente. Anche se il passo è piccolo, è pur sempre un passo; come dice il proverbio: “anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo”.

Restare costantemente aperti al processo e all’incontro lascia lo spazio per lo sviluppo. Nel ruolo di musicoterapista libero professionista non è facile, sotto la pressione delle alte aspettative e dell’efficienza misurata (e remunerata) del paziente nei termini di risultati conseguiti, restare calmo, rilassato e talvolta “lento”. Consapevole del fatto che certi eventi e progressi terapeutici accadano soltanto in un clima di sana lentezza riesco meglio a convivere con questa aspettativa.

 

La psicopatologia progressiva e la sua estensione verso la psico-fisiopatologia

Come fisioterapista sono abituato a seguire la terapia ad orientamento evolutivo-funzionale. Un esempio tra i più frequenti riguarda i dolori alla schiena. Diversi studi hanno dimostrato che i cambiamenti strutturali della colonna vertebrale non sono spiegazioni plausibili per i dolori cronici recidivi al fondo schiena.  Al contrario, la terapia globale ad orientamento funzionale è in grado di operare nella maggioranza dei casi un processo curativo e di successo. Il principio funzionale orientato allo sviluppo di McKenzie (1981; 1990) si è rivelato di enorme successo in molteplici diagnosi. Anche negli scritti di Benedetti si rintraccia questo approccio alla condizione patologica. Al riguardo ha diffuso il concetto di “psicopatologia progressiva” da intendersi  nel senso di uno sviluppo costruttivo a partire dal processo patologico e non di un peggioramento progressivo anormale. Una prospettiva di grande aiuto che offre un riferimento di base positivo verso lo stato patologico attribuendo una chance allo sviluppo.

Come sempre l’immagine del disturbo, propriamente la struttura funzionale dell’handicap, è formata ovvero si lascia recuperare attraverso il dialogo nello spazio e attraverso la patologia psicofisica specifica. Questo sviluppo curativo è orientato secondo l’intenzione positiva e si indirizza verso l’armonizzazione della salute psicofisica e la soluzione dei disturbi patologici. In proposito è necessario riconoscere in quale ambito il movimento  verso un cambiamento sia possibile e in quale forma possa essere creato. Da qui la richiesta di un ascolto sensibile e di un repertorio creativo e ampio delle nostre iniziative terapiche (Baer, 1999; Benedetti, 1998; Renz, 1996). Ho esteso il concetto della psicopatologia progressiva su situazioni di disturbi psicofisici o, come già notato, fisici e agisco di conseguenza nell’incontro terapico. L’applicazione di questo concetto è una pietra angolare nell’intendere la mia musicoterapia integrativa.

 

L’accettazione incondizionata

L’accettazione incondizionata è un elemento basilare del rapporto terapico e rappresenta una grande sfida per “le persone istruite in musica”, soprattutto in ambito sonoro-musicale.

Il gioco libero creativo con suono, voce e musica assume spesso forme e dinamiche lontane da regole estetiche e formali; accettarlo, valorizzarlo e suonarlo insieme è un’arte sublime. Successivamente, farsi notare con piccole variazioni, lasciare nascere un dialogo e invitare il paziente all’ampliamento dei suoi compiti (delle idee) musicali richiede molta tolleranza e apertura verso creazioni informali del mezzo suono-ritmo e melodia. In altre parole, per incontrarsi dialogicamente, nel senso di progressivo rispecchiamento terapico  (Benedetti, 1990) a livello sonoro-musicale sono necessarie: attenzioni, prontezza e vivacità nell’improvvisazione e doti di composizione istantanea.

Una scena dalla musicoterapia con Marco può rivelarsi utile a chiarire quanto finora descritto.

Marco è seduto su una sedia impegnato ad aprire il piccolo organetto a mano; cerca con molta attenzione di infilare le dita  negli occhielli di cuoio con i suoi movimenti atattici, iniziando a tirare e a spingere. E’ molto felice di suonare: sono suoni lunghi, accordi dissonanti. Io, fino ad allora seduto, mi alzo, vado in mezzo alla stanza e inizio a danzare liberamente. Ad ampi intervalli schiocco le dita movendomi nelle linee melodiche. Marco si alza e inizia a ruotarmi intorno continuando a suonare costantemente, quindi aprendo e chiudendo l’organetto a mano. La sua coordinazione non è ancora matura per schiacciare determinati tasti, però siamo nella direzione giusta e realizziamo già movimenti, suoni e forme.

Questo abbandonarsi alla situazione del bambino invitando all’espansione (attraverso la sintonizzazione inesatta) richiede di rinunciare alle forme di movimento consuete e ai principi estetici di musica e  di danza e, come già osservato, si tratta di passi verso l’umiltà, in pratica di accettare in maniera incondizionata il paziente  e i suoi possibili progressi nel suo ritmo e nella sua misura.

 

La gioia personale nell’improvvisare

Nel suo principio pedagogico Jacoby insegna che la disponibilità all’esperienza e all’improvvisazione procedono di pari passo ed appartengono alla impostazione basilare di ogni processo di apprendimento. Per soddisfare le esigenze della riabilitazione è necessario creare spazi in cui è possibile esplorare e sperimentare: spazi vitali e spazi di esperienza.

Le soluzioni prestabilite servono come supporto e in certi momenti si rivelano il sostegno più costruttivo. Al contrario, un processo di apprendimento sperimentale, anche se necessita di percorsi più lunghi, rende più maturi e contribuisce alla crescita. Di conseguenza l’improvvisazione, ovvero il creare sul momento, è una capacità basilare e irrinunciabile sia per il paziente che apprende che per il terapeuta. La flessibilità necessaria può essere appresa ed esercitata e diventa un valido strumento di aiuto.

Essere costantemente gioioso nell’improvvisare nel corso di otto ore di lavoro giornaliere è davvero una sfida. La disponibilità e il già citato “essere in sé” mi fa notare se cado nella routine o piuttosto partecipo attivamente allo svolgimento e se sono interiormente libero. La seconda eventualità può anche indicare che si è raggiunto il limite della disponibilità al rapporto e si procede sempre di più “automaticamente”.

 

L’incertezza produttiva

Ogni incontro, benché si conosca già la situazione complessiva, porta in sé anche lo sconosciuto: lo svolgimento della musicoterapia, anche se programmato, non è prevedibile in tutti i dettagli. Al contrario, quando sappiamo troppo chiaramente come procederà mi devo domandare se non sia troppo prevenuto.

L’incertezza produttiva del nostro sapere nasce dalla consapevolezza della relatività del nostro pensare, del conoscere e del riconoscere la situazione. Rispettando questo (Postacchini, 1997) e orientandosi positivamente verso la cultura del dubbio (Violante, 2002) l’incertezza conserva un’intenzione positiva e diventa un “generatore di domande” di espansione della consapevolezza.

Peraltro, la consapevolezza della relatività contribuisce a mantenere ragionevolmente la speranza in situazioni sostanzialmente senza via d’uscita. Come musicoterapista è pertanto di estrema importanza dare un senso al processo e porsi senza riserve nel decorso comune.

 

La risonanza con le proprie ombre

L’incontro con l’altro permette di riconoscere anche se stessi. Nonostante i vari anni di esperienza analitica personale, ci sono sempre momenti in cui mi scontro con le mie resistenze e rimango nascosto nel libero ingresso dell’accadimento relazionale, in particolare nei momenti in cui rispondo alle mie “ombre”. Come a tutti noto, le proprie ombre le rivediamo facilmente nei pazienti.

Il lavoro con le proprie ombre di conseguenza è necessario e d’aiuto, per esempio attraverso la supervisione ad orientamento processuale.

Nella musicoterapia didattica in cui il tema del vivere i propri sentimenti e in particolar modo gli aspetti delle ombre è stato centrale, ho potuto fare esperienze positive. Questo lavoro di autoesperienza in gruppo o individuale sensibilizza e allo stesso tempo ha effetti  anche liberatori.

Gli effetti complessivi sono tangibili anche nella seduta terapica e ogni volta mi destano  meraviglia: come muta l’incontro quando la mia immagine interiore nei confronti del paziente è cambiata in modo positivo!

La sollecitudine alla crescita quotidiana non è solo naturale a volte richiede uno sforzo.

Gli aspetti che compongono la sfida nel fare terapia non sono soltanto quelli considerati. Un’enumerazione completa sarebbe impossibile poiché il fatto che gli sforzi diventino sfide esistenziali, secondo me, dipende da noi stessi, dalle capacità individuali di ciascuno ad accoglierli ed a trasformarli.

Tratto da “Crescere insieme”, Vesanius, Constanza, 2007

Commenti chiusi