LA VISIONE DIALOGICA NELLA

RELAZIONE MUSICOTERAPICA:

AUTENTICITA’ED EMPATIA

di Paolo Lupi

Nel mio percorso di musicoterapista ho cercato di strutturare fin da subito le mie competenze musicoterapiche attorno alla parola chiave RELAZIONE AUTENTICA.

Credo infatti che esistano i presupposti per la crescita se esiste un contatto autentico tra due persone e nel nostro caso tra musicoterapista e paziente.

Non esiste processo terapeutico se le persone al suo interno non si sono contattate profondamente.

L’atto di responsabilità primario sta nell’accoglienza; curare questa parte in modo autentico ed essenziale crea il presupposto per la buona riuscita dell’intervento.

Accogliere l’altro in ciò che è, in quello che esprime nel qui ed ora è il primo atto di responsabilità del musicoterapista.

Prendendo spunto dal pensiero dialogico del filosofo M.Buber ho così affrontato l’argomento trattandolo anche sotto il profilo dell’incontro in musicoterapia.

L’articolo seguente e tratto dal mio lavoro di tesi: “Io e Tu: verso una relazione autentica in musicoterapica” del 2003.

LA VISIONE DIALOGICA NELLA

RELAZIONE MUSICOTERAPICA:

AUTENTICITA’ED EMPATIA

di Paolo Lupi

“…E’ chiaro che la relazione tra due persone

diventa creativa quando il loro incontro

possiede il flusso e il senso della

trasformazione reciproca.”

Joseph Kinker

 

La prima fase di accoglienza della persona all’interno del setting, assume un’importanza fondamentale nel creare quei presupposti che più facilmente accompagneranno la relazione in un’ottica di scambi autentici e di crescita.

Spesso nel relazionarsi con persone svantaggiate, ci troviamo davanti ad individui con un alta sensibilità nel percepire i messaggi che anche in modo più implicito portiamo dentro la relazione.

Laddove esiste maggiore immobilità e maggiore compromissione a livello psico-fisico, spesso vive una vera e propria arte nella comunicazione non-verbale, che sposta gli scambi relazionali ad un livello più sottile fatto di innumerevoli sfumature e connessioni che mettono in gioco le moltissime sfaccettature dei sensi.

Ancor prima di essere esplicitato, se può essere esplicitato, viene avvertito ciò che realmente sta dietro i comportamenti. Il cosiddetto doppio-messaggio (comunico una cosa, ma esiste un sentimento in conflitto con  quello che esprimo), viene facilmente sentito e registrato e si può opporre alla crescita creando resistenze, tensioni, conflitti nel processo terapico.

Possiamo così capire quanto sia prioritario cercare il più possibile di essere empatici ed autentici, allontanando tutto ciò che può essere falsato da comportamenti innaturali ed artificiosi.

Successivamente a questa fase si può individuare una fase dove c’è una sperimentazione più stretta della relazione musicoterapica.

Esiste uno spazio che viene occupato dalla conoscenza reciproca, si mettono in gioco le proprie carte e si cerca di “mischiarle insieme”.

Ognuno con le proprie modalità uniche e soggettive, si appresta ad una sorta di comunicazione-contaminazione; tutto quello che viene sperimentato diventa di appartenenza della relazione stessa. Le individualità cominciano a toccarsi, le musicalità diverse si inseguono, i  temi si contrappongano o si uniscono in sfumature e colori che assumono un carattere di unicità perché provengono da una creazione comune, che provengono da un originale ed originario io-tu.

Qualunque sia il linguaggio, c’è un’esposizione di temi che, nella migliore delle ipotesi, arriverà ad una fase centrale di sviluppo.

In questa fase si potrà avvertire di essere all’interno di quel nucleo dove la fusione di musiche, suoni, movimenti, parole, silenzi, abbatterà l’iniziale asimmetria terapista-paziente e attraverso scambi paritari porterà ad una creazione di nuovi elementi utili alla crescita.

Una sorta di risoluzione, un’esperienza che dopo aver toccato l’apice, andrà modulata verso un conseguente riappropriamento delle proprie individualità, del proprio piano di realtà che necessariamente ne esce arricchito dall’esperienza della relazione autentica.

Caratteristica principale di questa modalità relazionale è l’improvvisazione, e non solo dandogli l’accezione a noi più nota dell’improvvisazione sonoro-musicale.

Attorno a questa parola voglio far ruotare molte delle mie modalità professionali.

Se infatti parliamo di autenticità ed empatia, accettazione e fiducia, se parliamo di un processo che si centri sulla facilitazione del progetto espressivo dell’altro e che ha il suo culmine in un nucleo vissuto paritariamente sia dal terapista che dall’altro, se parliamo di una sorta di auto-organizzazione che porta all’acquisizione di nuovi elementi utili alla crescita; se parliamo di tutto questo dobbiamo accettare la sfida dell’improvvisazione.

Quel saper improvvisare facendosi trovare sgombri da pre-concetti o progettazioni rigide; avere la capacità di aprire all’incontro non-direttivo, pronti a cambiare la direzione di intervento se richiesto.

Dobbiamo certo avere ben chiaro gli obiettivi a cui ci riferiamo ed una strategia di massima per perseguirli, ma allo stesso tempo non possiamo che riferirsi principalmente alla persona, senza stagnare in teorie e concetti che si possono rivelare inesatte.

Improvvisare, lasciar fluire, suonare e lasciarsi suonare, vivere l’esperienza in maniera fenomenologica, senza ostinarsi nel chiedersi “perché” ma lasciando spazio ad un’osservazione di se stesso e dell’altro mentre gli scambi accadono, concentrandosi su “cosa” sta succedendo.

Successivamente, ad esperienza conclusa, torna necessaria una verifica, un mettere dei punti su quello che ci eravamo prefissati, quello che è accaduto, e quello che scaturisce dal rapporto di questi due elementi.

Attraverso un’attenta analisi, anche da questo processo ne escono elementi che struttureranno un nuovo piano d’intervento che rimarrà solido ma sullo sfondo dell’esperienza successiva, in un’ottica circolare dell’intervento terapeutico.

Per quanto ci riguarda più direttamente, attraverso l’uso privilegiato della musica nella terapia, abbiamo un mezzo unico in quanto ad efficacia nel poter vivere appieno la dimensione dialogica della relazione.

Il ruolo centrale della musica fa partire una serie di esplorazioni che si muovono verso l’acquisizione di elementi utili allo stimolo di un cambiamento.

A questo ruolo di centralità della musica, di volta in volta, dobbiamo essere in grado di accompagnare una lente attraverso la quale leggere e relazionarsi alla persona all’interno del “suo” contesto.

Questo vuol dire che può essere riduttivo intendere la musica in terapia come un fenomeno fisico che produce delle reazioni; è riduttivo concentrarsi su condizioni di causa-effetto (R.Garred, 2001).

Viceversa, in una visione dialogica della musicoterapica, la musica è quell’elemento che unisce l’io con il tu; niente e pre-determinato, gli effetti non possono essere pre-definiti, l’esperienza della relazione attraverso la musica assume il carattere dell’immediatezza e della reciprocità che avviene nel momento presente; la musica può avere la funzione di quel “trattino” che si pone nel mezzo all’Io-Tu.

La musica non è direzionata unilateralmente verso il paziente, non è una linea che parte dal terapista e attraverso la musica si ferma a chi usufruisce dell’intervento.

Questo concetto non si riferisce unicamente alla musicoterapia più attiva, ma credo si possa allargare anche ad interventi di musicoterapica recettiva.

In questo caso anche l’intervento di  “somministrare” all’altro una particolare musica o un particolare brano non si esaurisce nell’atto tecnico della produzione sonora.

L’ascolto assume il carattere di un ascolto comune, dove il terapista si pone su due livelli di attenzione: l’ascolto personale e l’ascolto dell’altro.

L’atto del sintonizzarsi può avvenire anche nel silenzio, condividendo la musica, il respiro, e le emozioni che ad un livello più percettivo si muovono all’interno dello spazio comune.

La musica tra il terapista e l’altra persona facilita la comunicazione in una relazione reciproca, ma non è da intendersi come una terza entità separata (R.Garred, 2001).

Lo spazio musicale che viene creato dall’incontro sonoro, la musica che nasce dalla relazione è una nuova musica che era presente già all’interno degli individui come musica personale, ma che si unisce ed assume il carattere dell’unicità nell’incontro.

Allo stesso tempo, il terapista, rivestendo il ruolo che gli compete in questa relazione “paritaria” di scambio, deve assumersi le sue responsabilità, spostando il suo focus sui bisogni e lo sviluppo dell’altro.

La relazione musicale in una visione dialogica è quindi una relazione reciproca e paritaria ma il terapista rispetto al paziente ha la responsabilità primaria di essere parte più attiva e consapevole nel processo relazionale, mentre il paziente può avere lo stesso ruolo ma lo può rivestire in modo indiretto e passivo.