Le note dell’incontro: musicoterapia a “Il Trillo”

 

di Paolo Lupi e Wolfgang Fasser

 

“Ogni singolo Tu è un canale di osservazione verso il Tu eterno. Attraverso ogni singolo Tu la parola-base si indirizza all’eterno

Martin Buber

La musicoterapia è di fatto ormai molto presente e attiva all’interno dei servizi socio-sanitari e socio-educativi con obiettivi preventivi, riabilitativi e terapeutici. Si presenta però come una materia ancora giovane ed in costante evoluzione sia per quanto riguarda la sua definizione istituzionale che per quanto riguarda lo studio e l’applicazione del suo potenziale specifico, intrinseco ai suoi parametri sonori-musicali ed alla loro espressione.

La musica e la musicoterapia però, al di là dei diversi approcci e teorie di riferimento, hanno la caratteristica primaria, centrale ed innegabile di stimolare, creare, e sostenere l’aspetto comunicativo e creare contatto e scambio anche in situazioni legate a forte sofferenza, chiusura, immobilismo fisico od interiore.

Per questo motivo consideriamo la musicoterapia innanzitutto come una pratica esperienziale ed in costante “movimento”. E’ su questa pratica che vogliamo porre le basi del nostro procedere professionale ed esistenziale, facendo emergere la nostra personale visione scaturita dall’incontro con tutti i bambini , gli adulti ed i gruppi che abbiamo contattato alla nostra Associazione “Il Trillo” in questi dodici anni.

Attraverso la vita scaturita da questi incontri abbiamo riflettuto e provato ad elaborare gli elementi che per noi sono centrali nella cura di una persona e ci siamo in qualche modo lasciati condurre verso una definizione della nostra personale visione e pratica musicoterapica che consideriamo dinamica e punto di partenza per lo sviluppo che dovrà avvenire in futuro.

Tracceremo le linee che ci hanno guidato, l’orientamento, la direzione per il proseguo del nostro lavoro.

 

La visone olistica e l’approccio integrativo de “Il Trillo”

Origine 

“Il Trillo” è una realtà associativa che si occupa prevalentemente di musicoterapia dal 1999 sullo stimolo originario e sul pensiero integrativo e creativo di Wolfgang Fasser. L’attenzione primaria è focalizzata su aspetti di cura ampi che parta da una presenza profonda ed autentica nell’incontro e che cerchi di onorare l’altro nella sua unicità e nella sua originalità personale. Questa attenzione a ciò che si svolge nell’incontro si arricchisce interiormente in quel sentimento di appartenenza al genere umano in una modalità trans-culturale ed in costante rispetto, ascolto, ed interazione con gli altri mondi rappresentati dalla natura, consapevoli del forte legame che ci unisce tutti.

La sua proposta musicoterapica è di fatto integrativa, con molti elementi che richiamano alla psicologia umanistica e transpersonale ma che non escludono contenuti legati ai contributi di altre forze psicologiche, quando necessari e funzionali alla crescita nell’incontro.

L’intenzione primaria è quella di stimolare atteggiamenti costruttivi ed orientati verso il ben-essere, verso la “vita stessa che cura”, facilitando il riconoscimento delle risorse fisiche, psichiche, sociali e spirituali, per  vivere maggiormente in armonia ed in pienezza la nostra esistenza, in qualsiasi condizione essa si presenti.

Risulta un approccio centrato sull’accoglienza e sulla partecipazione a ciò che si svolge in questo preciso momento, con uno sguardo sui vari piani che si manifestano, sottolineando l’importanza dell’integrazione di fisicità, comportamenti, energie psichiche, arte, natura verso un’unica dimensione di cura e di presa in carico della persona.

Tale approccio richiede una vera e propria “immersione” nella relazione ed una partecipazione ed osservazione su tutti i piani dell’essere, compresi quelli che essa porta con sé dalle altre relazioni più strette (la famiglia, le persone vicine, gli insegnanti, gli educatori), o quelle riferite alla definizione ed alla partecipazione nel progetto centrato sulla persona (l’istituzione e l’invio, la presa in carico, l’osservazione, la progettazione e la definizione del piano musicoterapico, lo sviluppo, la chiusura della relazione e l’accompagnamento verso il distacco).

Orientamento sistemico ed inclusivo 

In ciascuno dei livelli sopra citati ci poniamo l’obiettivo di attivare la responsabilità di vivere pienamente l’aspetto di una relazione autentica, e cioè quella dimensione di presenza ed ascolto che determina e pone le fondamenta di un buono sviluppo del progetto che vogliamo delineare.

“Sono qua con te! Sono presente con tutto me stesso a quello che si sta svolgendo, con fiducia, congruenza e accettazione, orientato verso e con il Sé che si esprime in un qualsiasi contatto relazionale”.

Per ben accogliere chi si affida a noi, è necessario quindi l’allargamento del nostro “orizzonte d’accoglienza”. Se prendiamo coscienza che accogliere l’altro significa accogliere tutti i piani che lo includono, incarniamo noi stessi una visione olistica e sistemica che “tracima” dalla relazione stretta musicoterapica e “contamina” gli incontri che riguardano la terapia stessa ma che sono apparentemente esterni, e quindi i rapporti con le istituzioni, i contesti, i gruppi di lavoro, le famiglie, i cittadini, tutto il mondo in cui viviamo. La psicosintesi, in questo senso, offre l’opportunità di poter utilizzare questa “lente” che permette una visione dell’uomo da un punto di vista maggiormente integrale.  La persona al centro quindi. Il bambino al centro. L’anima al centro!

Tutto questo, però, può risuonare di un valore multiplo se non è riferito solo all’aspetto individuale. 

Quella persona, quel bambino, quell’anima si presentano a noi carichi di innumerevoli contenuti appartenenti a piani e livelli interconnessi tra di loro, in rimandi continui che necessitano se non altro della nostra attenzione e visibilità.

Il primo livello successivo al cliente, e per noi il più vicino ed importante, è il sistema familiare di riferimento e chi direttamente accompagna l’individuo da noi. Se non accettiamo questo confronto in maniera sostanziale, risulta difficile creare basi solide per la fase dello sviluppo.

Attenti nel non confondere il nucleo del nostro intervento, dobbiamo però essere consapevoli che soprattutto in alcuni ambiti specifici (handicap, minori), fornire la giusta attenzione al livello familiare è fondamentale ed è necessario per sostenere e stimolare il raggiungimento degli obiettivi prefissati, soprattutto nella prima fase dell’accoglienza. Pensiamo nello specifico agli incontri preliminari, all’ascolto offerto in fase di raccolta di informazioni, le verifiche intermedie o la ridefinizione degli obiettivi. 

In quegli scambi, anche quando non presente, vive sempre il bambino:  nelle parole e nei vissuti, nelle aspirazioni e nei desideri, nella sofferenza e nelle frustrazioni;  vivono anche, oltre ad energie legate al passato, anche elementi di crescita, quelle fasi cioè che ancora devono modellarsi ed arrivare nel futuro.

Così, l’atteggiamento nei confronti dei familiari resta lo stesso di quello individuale, e cioè il grande rispetto, la presenza e l’accoglienza profonda del percorso di quegli stessi individui che, benché sullo sfondo, sosterranno o renderanno più difficoltosa la crescita della persona al centro delle nostre attenzioni.

Inclusione e integrazione, quindi, senza precludere ai familiari la loro partecipazione diretta e l’osservazione attiva. Questa attenzione, se ben accompagnata e direzionata, offre un’opportunità di orientamento comune alla crescita del bambino ed alle sue risorse, una proposta per abitare insieme spazi dinamici e vitali e non tesi ad angosce, sofferenza, “morte interiore”.

La focalizzazione sui familiari ben attivare anche nei momenti di verifica, nei momenti informali di accoglienza e saluto o con l’offerta di possibili percorsi di sostegno alla terapia primaria col nostro cliente (spazi di ascolto integrati alla terapia e sostegno genitoriale). Quando sperimentato, abbiamo visto e verificato che questa presenza può moltiplicare gli elementi positivi in alcune fasi della crescita del bambino, e  può avere il valore della maggior completezza nell’ancorare i suoi passi avanti nella sua stessa esistenza.

Allargandoci ancora sul nostro intervento più sistemico, dopo il piano familiare, troviamo il piano che riguarda i cittadini del tessuto sociale, sia a livello interprofessionale, che associativo e culturale. 

La condivisione e l’orientamento comune con i colleghi, nel rispetto delle diversità di ruoli e competenze,  ci rende più forti ed integrati sul perseguimento del piano individualizzato; gli spazi di confronto e di dialogo, infatti, offrono necessariamente possibili percorsi comuni e spunti nuovi di pratica condivisa.

Pensiamo poi allo stimolo della compartecipazione nella vita associativa: il sostegno nella presa di coscienza dell’interconnessione tra gli individui, lo stimolo alla reciprocità degli scambi, alla presenza consapevole, attiva e critica sul territorio, certamente fonte di integrazione ed inclusione sociale. Infine le attività ed i momenti di apertura culturale rivolte a tutta la popolazione, chiamano e stimolano sui temi che ci riguardano (condivisione, ascolto, differenza come valore, stato di risorsa, comunicazione positiva), chiamando anche chi non vive direttamente momenti legati al disagio, ma che può facilitare, con la sua stessa presenza, armonia e non separazione.

Ultimo livello, il piano istituzionale: il contatto indipendente ma presente con chi detiene in qualche modo il potere decisionale sulla vita pubblica di ciascun cittadino. Anche in questo caso una nostra sottrazione al dialogo, al confronto, all’apertura ed alla presenza integrata, eliminerebbe un piano fondamentale di inclusione dell’individuo; pensiamo all’istituzione scuola, ai comuni e a chi si occupa di pensare, progettare interventi legati all’assistenza primaria ed al benessere della popolazione svantaggiata.

Se ci occupiamo e ci prendiamo cura di tutti questi piani con la giusta misura e professionalità, questo avrà maggiormente il valore di una “presa in carico comune” dell’individuo, unito allo stimolo di una crescita di tutta la collettività; avrà il valore di una interconnessione non solo teorica ma anche estremamente concreta e pratica.

Il linguaggio della musica in questo ci sostiene. La sua universalità ed il suo linguaggio creano ponti comunicativi.

Fortunatamente la musica, l’arte, la cultura, offrono ancora un possibile collegamento tra idealismo e concretezza.

La musica può riconsegnare dignità e “parola” a chi è limitato o impossibilitato nell’espressione.

L’esperienza musicale risveglia il desiderio di relazione e la relazione autentica muove verso l’alto.

Relazionarsi secondo il principio dialogico.

Abbiamo scelto un approccio musicoterapico con una sostanziale impronta relazionale (“Tutto ciò di cui abbiamo bisogno vive all’interno dell’incontro!”).

Prendiamo coscienza della nostra personale soggettività incontrando l’altro e il mondo. Il senso primario del nostro procedere esistenziale sta nella capacità di entrare in quella dimensione relazionale autentica che il filosofo Martin Buber chiama Io-Tu, contrapponendola ad un rapporto Io-Esso di tipo oggettuale e manipolabile.

Il suggerimento limpido di Buber è quello di essere consapevoli della nostra rete di relazioni che fonda la nostra soggettività e, andando oltre, afferma che questa stessa soggettività si fa tale solo nell’incontro autentico: “l’Io si fa solo nel Tu” assumendo le caratteristiche di apertura, osservazione e testimonianza in un ponte verso l’eterno. 

Questa relazione assume ancor più spessore nella cnetralità che viene attribuita a quel trattino intermedio nella coppia di parole Io-Tu. Se stiamo nella relazione, ne siamo parte in un “terzo comune”, in quell’area di contatto ed incontro che non è situato né in me, né fuori di me. La distinzione, la differenza, assume la caratteristica della reciprocità immediata, del valore condiviso del NOI e del legame che ci rende parte di uno stesso sistema.

Il nostro specifico musicale ed il “lasciar fluire” improvvisativo,  in questo ci sostiene e diviene linguaggio primario anche in quelle situazioni dove la comunicazione verbale è residuale o assente. Ci può offrire la possibilità di contattarsi reciprocamente nel momento presente, in quello spazio autentico e creativo che sta tra l’Io-Tu. 

In una visione dialogica della musicoterapia risulta riduttivo quindi concentrarsi su principi di causa-effetto; ci riporterebbe verso un’approccio oggettuale, separativo e distante. La “musica dell’espressione globale” di una persona, diventa ella stessa quel “trattino”, rappresenta quell’area di contatto che genera “energie creative”.

L’intenzione musicale non può essere direzionata unilateralmente verso l’altro, non è una linea retta che parte dal musicoterapista ed arriva al cliente (se si interrompe decade e risulta incompleta). Lo spazio musicale che viene creato nell’incontro, la musica che nasce dalla relazione autentica, è di per sé “nuova musica”, che era presente già all’interno degli individui, ma che assume il carattere dell’unicità, del nuovo e del contributo evolutivo alla comunità in questo stesso “dialogo creativo”. 

Tutto questo lo intendiamo non solo nell’incontro vissuto attraverso tecniche attive, ma lo allarghiamo anche in quelle proposte legate all’ascolto condiviso ed alle tecniche più recettive. 

Le proposte legate all’ascolto musicale non hanno in sé la caratteristica della “somministrazione” passiva e non si esauriscono nell’atto tecnico della produzione e della fruizione musicale. L’ascolto condiviso assume anch’esso il carattere di un ascolto comune, dove il musicoterapista si pone sul piano dell’osservatore di se stesso ed al tempo stesso del testimone dell’altro, in risonanze condivise di quello che si manifesta. L’atto del sintonizzarsi avviene nella presenza, nel silenzio, nella condivisione comune della musica che si presenta attraverso il suo “respiro”, le emozioni che evoca, le percezioni che si muovono su livelli più sottili ed all’interno di questo spazio comune di ascolto. 

 

Pre-requisiti dell’esserci in autenticità:

Presenza

Secondo la nostra visione, una presenza autentica ed amorevole è per suo natura curativa e trasformativa.

Una presenza vera e profonda crea qualcosa di giusto di per sé, ed è per questo che risulta essere pre-requisito essenziale e competenza primaria nella cura e nell’ascolto della persona.

Durante lo svolgimento degli incontri risulta fondamentale essere in quel tipo di presenza, dove il piano mentale ed analitico è presente ma rimane sullo sfondo, per far emergere fortemente il piano relativo al contatto, alla relazione ed al vissuto presente. Così, la ricerca interiore di esserci profondamente nell’incontro con l’altro nel momento stesso che la relazione vive e pulsa, significa per noi la prima ed essenziale chiave d’accesso alla felicità. Al di là e ben oltre il livello verbale, ogni qual volta che sperimentiamo in prima persona una presenza di questo genere, sentiamo muovere dentro una sorta di riconoscimento e risonanza rasserenante e pacifica che spinge e stimola il movimento verso la crescita e significa un primo sblocco di energie statiche.

Questa presenza esistenziale è fortemente legata ai vissuti e ciascuno può direttamente viverla od averne un ricordo sinestesico anche se in modo frammentato o puntiforme. Crediamo infatti che anche in situazioni fortemente dolorose ed in vissuti carichi di sofferenza, quest’aspetto e questo “abbraccio” è intimamente collegato all’essenza di una persona, al ricordo di quella pace interiore che è unità originaria.

Presenza, quindi, accompagnata da quella accoglienza non-giudicante che onora l’altro per quello che è qui ed ora.

Una presenza autentica ed amorevole genera di per sé un contesto ed un ambiente relazionale funzionale all’apertura, a conseguenti scambi e flussi comunicativi ed a successivi e possibili cambiamenti e trasformazioni.

Così, il lavoro di formazione individuale e, aggiungo io, permanente, assume il profondo significato di rendere sé stessi sempre più felici e realizzati; questa felicità e pienezza personale porterà nelle relazioni maggiore autenticità che stimolrà l’altro a fare lo stesso moltiplicando in positivo le sue energie e le sue risorse.

Ci sono! Ci sei! Siamo insieme! E questo esserci pienamente insieme si carica di significati che appartengono ad entrambi ma che uniti nel dialogo risuonano di elementi spirituali. 

Ascolto.

La dimensione dell’ascolto è molto presente nella pratica musicoterapica e tocca tutti i piani dell’essere: la fisicità, la sfera interiore, quella inter-personale fino ad arrivare a rimandi legati alla globalità, all’ascolto cioè dei “suggerimenti dell’esistenza”, nella contemplazione e nel rispetto di quello che si manifesta nel mondo.

In questo, la psicosintesi dona quell’apertura e quella libertà alla nostra musicalità, ed offre alla nostra visione della musicoterapia elementi sostanziali, direzioni e libertà creativa. Le esperienze che riguardano il nucleo della psicosintesi (disidentificazione, Io personale, volontà, modello ideale, sintesi, supercosciente ed Sé trans personale) possono essere stimolate e mediate dall’elemento sonoro-musicale. In tutte quelle fasi, infatti, si presenta in prima istanza l’aspetto legato all’ascolto, che risulta anch’esso essere pre-requisito per la ricerca del nostro nucleo più intimo e verso il Sé transpersonale. 

Ascolto di sé, ascolto dell’altro, ascolto del mondo e della vita che si manifesta, in consapevolezza ed entrando nel flusso dinamico che questo comporta. Dobbiamo allora stare attenti a ciò che ostacola questo ascolto profondo e guardarsi dal rischio dell’orgoglio e dell’egocentrismo legato al “sapere già”, dalla chiusura nell’assenza di rispetto del mondo che è “altro da noi”, dalla negazione dell’ascolto del “suono del silenzio”, dalla pretesa di omologare l’altro nella nostra sfera personale. L’ascolto profondo dell’altro, diversamente, ha il sapore della leggerezza, dello svuotamento di sé e dell’attesa di una “rivelazione” di chi ci sta davanti. 

La musica è un linguaggio che può facilitare questa strada. La musica chiama e stimola le varie parti di noi ad essere vere e ad esprimersi in semplicità, per quello che sono. La musica è allo stesso tempo corpo, emozione e pensiero e respira di quel contatto intimo con la sorgente dell’anima. Nel nostro sviluppo evolutivo si creano analogie con gli sviluppi musicali o i ricordi della nostra storia musicale. Il materiale transpersonale inoltre può essere accolto o cercato attraverso l’esperienza della musica. La musica, intesa come strumento di cura, è una di quelle manifestazioni che maggiormente si accosta all’anima e soprattutto alla sua espressione e manifestazione, nel contatto intimo ed autentico tra l’Io-Tu. L’ineffabilità dell’essenza dell’essere umano ed allo stesso tempo l’inafferrabilità della musica e del suo linguaggio  profondo suggerisce un atteggiamento che lasci fluire il più possibile. Se cerchiamo di fermare l’atto creativo (dell’esistenza, dell’incontro, della musica) lo immobilizziamo e lo rendiamo senza vita, impoverito. 

La libertà, intesa come spazio autentico di espressione di sé nel mondo, si manifesta solo in quei frammenti di incontro e di esperienza che risuonano di frammenti “tempiterni”.

“La realtà non si esaurisce nella temporalità; non è ora temporale e dopo eterna, ma al contempo tempiterna”.  (R.Panikkar)

 

L’attitudine all’improvvisazione

L’attitudine fondamentale in musicoterapia è “l’improvvisazione”. L’improvvisazione clinica è altra cosa rispetto all’improvvisazione musicale utilizzata nelle performance creativo-artistiche. 

Quello che vogliamo far emergere è l’importanza dell’improvvisazione non solo a livello sonoro-musicale, ma riferita anche ad una modalità esistenziale portata nell’incontro e quindi legata ancora una volta alla “presenza” ed all’ “esserci” in autenticità e semplicità. Improvvisare significa “lasciar fluire” le proprie risonanze e “dialogare” in modo creativo attraverso la musica e la nostra fisicità. Ben oltre il contenuto verbale, primariamente arrivano altro tipo di segnali di sintonizzazione, legati al tempo, al ritmo, all’energia ed all’organizzazione ed allo scambio degli stessi nelle risposte, nelle variazioni, e nei silenzi e pause che intercorrono tra queste.

Sui contenuti relativi alle attitudini improvvisative, analoghe sono le comunicazioni che avvengono tra la madre ed il bambino fin dai primissimi giorni dalla nascita, dove certamente si “improvvisa col cuore”, e si mettono da subito in atto sintonizzazioni affettive e trans-modali in un gioco di rimandi, imitazioni, trasformazioni, apprendimenti reciproci e relazioni circolari. Anche da adulti, una volta condivisa la cornice esistenziale in cui ci muoviamo, è possibile improvvisare insieme e compartecipare su sentimenti ed emozioni più limpide, che rivelano lo stato presente di ciascuno di noi molto in profondità e che “sciolgono” in qualche modo la nostra musica interiore facendola suonare ed “amplificandola” attraverso il linguaggio simbolico.

Improvvisare vuol dire non sapere cosa succederà l’attimo seguente ed osservarsi mentre questo si manifesta, lasciando poi che accada ciò che deve accadere. E’ “vera creatività comune” e, laddove più consapevole nella presenza del professionista che “si mette a servizio” nella cura, è stimolo primario al riconoscimento di sé in qualunque percorso di crescita. Nel lavoro con persone con handicap o con i bambini, tutto questo ha il sapore della libertà perché, quasi sempre, il nostro interlocutore non sa vivere diversamente da quello che è. Si pone di per sé in modo autentico e risulta una presenza immediata, limpida e trasparente in quello che vive. In altri casi questa dimensione esistenziale improvvisativa va richiamata, contestualizzata, ben consegnata all’altro, per offrire uno spazio di manifestazione ed espressione di sé che sostenga ed accompagni l’aspetto verbale dell’incontro.

Analiticamente è possibile chiamare l’altro a “mettersi in scena”, sonorizzare situazioni e contenuti e, una volta “liberati”, fermarli di nuovo attraverso le parole fino ad una maggior conoscenza personale.

Allo stesso tempo l’improvvisazione può diventare libera e creativa ed offrire uno spaccato del qui ed ora e della situazione interna del cliente. Questa musica suggerirà i percorsi creativi di acquisizione di nuove competenze, e nuova  espressività musicale che certamente risuona sui piani psico-fisici.

L’improvvisazione del musicoterapista, narra la sua situazione e “disegna” un ambiente ed una sensazione di vibrazione interna, dona un appoggio dove riconoscersi e sentirsi riconosciuto anche in situazioni dolorose ed immobili. Inoltre, Improvvisare tematicamente contenuti ed energie, subpersonalità e stati d’animo, entra in modo sostanziale in quelle leggi della psicodinamica di cui Assagioli ha scritto.

Infatti, la musica improvvisata può aiutare in quell’espressione delle energie psichiche sia direttamente, che in maniera simbolica, che trasformandole a sua volta; la musica manifesta di per sé energie e attraverso i suoi parametri esprime, trasforma e veicola energie cariche di istinti, impulsi, desideri ed emozioni che esigono espressione.

La musica entra direttamente anche in contatto con le idee e le immagini e può chiaramente stimolare il canale delle azioni, della fisicità e della corporeità che il suono stesso stimola. Improvvisare in musica offre canali di comunicazione vastissimi e soprattutto stimola alla creazione di elementi vitali in tutto ciò che risulta rigido, incistato, sofferente.

Risulta altrettanto chiaro quanto questo stesso linguaggio possa essere viceversa negativo se non utilizzato sapientemente e consapevolmente. La musica, infatti, è un mezzo di espressione diretta e, proprio come l’essere umano, canalizza od evoca quella molteplicità di energie che ci possono facilitare od ostacolare nel nostro procedere esistenziale. Ancora una volta quindi risulta centrale il percorso umano e spirituale del professionista e la via proposta dalla psicosintesi per muoversi verso maggiore armonia ed autenticità. In questo modo si abbassano conseguentemente le possibilità di utilizzi nocivi od “inquinanti” degli elementi sonoro-musicali.

La musica che portiamo internamente “contamina” nel bene e nel male chi abbiamo accanto ed è quindi fondamentale accettare in primis la propria sfida personale della ricerca per offrire circoli virtuosi ed effetti naturalmente benefici sull’altro.

Attenzione agli aspetti ed alle qualità dell’essere in relazione.

Insieme ed oltre i pre-requisiti essenziali legati alla presenza, all’ascolto ed all’attitudine improvvisativa,  abbiamo cercato di osservare e far emergere quali sono stati e sono gli aspetti fondamentali e le qualità che si presentano a noi nell’incontro e nella relazione che si manifesta.

Queste parole-guida le troviamo a cadenzare spesso i nostri incontri, quasi a ritmare il processo della relazione che si svolge, dal primo contatto fino al saluto nel distacco. Riteniamo che dargli il giusto spazio e la giusta attenzione sia di stimolo alla crescita nell’incontro musicoterapico.

Piano di realtà: Quale è ad oggi la reale situazione in cui si muove il cliente? Quali i bisogni ed i limiti portati? Quali le risorse psico-fisiche? Su questa domanda il nostro atteggiamento deve essere maggiormente limpido e vuoto nell’accettare e valutare il piano di realtà in cui è inserito, le sue relazioni, i contesti incontrati, il suo stato globale visto da un punto di vista ampio e consapevole. Ed in questo piano di realtà risulta importante acquietare quella parte di noi che sente il bisogno di definire e fermare il non-conosciuto.

Fiducia, coraggio ed ottimismo: Riteniamo questa seconda parte una predisposizione al sorriso. Dopo l’accettazione del piano di realtà spesso lo stimolo primario alla crescita ha la caratteristica dell’affidarsi. E’ un orientamento verso e con il Sé che infonde alla relazione quella prima scintilla di creatività utile all’accoglienza ed alla creazione del nuovo che verrà. Risulta essere un presenziare circoli virtuosi, movimenti “verso l’alto” e non spirali discendenti o distruttive.

“Ti accolgo per quello che porti e che sei ma mi volgo con coraggio ed ottimismo verso la vita che ci sostiene e ci porta verso una crescita comune”.

Accoglienza  rispettosa: Accogliere quello che c’è e  “stare dentro”, stare insieme in questo stesso spazio relazionale. La qualità dell’accoglienza assuma ancor più valore se approfondita con elementi di profondo rispetto per l’esistenza che si sta manifestando davanti a noi. Rispettare l’altro come essere umano nel suo modo di intendere il mondo, nei suoi comportamenti, nei suoi bisogni.E’ un atteggiamento che ha un carattere ecologico ed etico che si autoalimenta ed apporta per sua natura elementi positivi. 

“Ti accolgo e cerco a mia volta di presentarmi a te. Entro nel tuo mondo gentilmente ed in punta di piedi”.

Non abbiamo il diritto di sconvolgere un ambiente personale che per sua natura avrà la caratteristica di un’”ecosistema” unico, un’omeostasi retta da leggi proprie. Questa accoglienza rispettosa deve essere letta anche come una intenzione alla delicatezza. Vogliamo creare insieme all’altro i tempi dell’incontro e della crescita, cooperando, collaborando, rendendoci elastici, fluidi, disponibili.

Ogni persona ha il diritto di essere rispettata, accolta, informata. Questa accoglienza rispettosa quindi si traduce anche nella più ampia chiarezza del lavoro che si andrà a svolgere, i suoi riferimenti, il credo essenziale del terapista, la sua formazione. Andiamo così ad incontrare l’altro proprio là dove si trova, abitando in questa prima fase i suoi spazi e condividendo insieme a lui quello che vive in termini di rappresentazione personale.

Condivisione e limpidezza: Una volta creata una relazione affettiva di base, una appartenenza comune ed orientata, risulta  importante che chi ci contatta senta che anche noi siamo in cammino e contribuiamo alla relazione attraverso la nostra personale visione del momento. E’ la qualità della condivisione. Non siamo su piani separati e sbilanciati, ma idealmente abitiamo lo stesso campo. Dialogare, offrire e donare, entrare in quella circolarità relazionare che assume una maggiore nitidezza se portata all’altro con maggiore limpidezza , nobiltà e trasparenza.

Non ci poniamo su un altro piano, non vogliamo “conquistare” l’altro,  non “pretendiamo” di cambiarlo o “sedurlo”, ma ci apriamo alla diversità per arricchirsi reciprocamente e ci rendiamo strumento nel confronto e nella crescita.

“Siamo due esseri umani in cammino. Ti offro quello che sono, quello che ho. Sono quà con te”.

Sospensione delle convinzioni, rinuncia a sé per mettersi a disposizione: Arrivati così al primo contatto, arriva il momento della nostra responsabilità e della nostra scelta originaria. Sospendiamo così le nostre convinzioni. In quello stesso spazio e tempo proposto dall’altro mettiamo in atto una sorta di sana “rinuncia” di sé per mettersi a completa disposizione del progetto altrui e creare le fondamenta per l’esplorazione del non-conosciuto che verrà.

Consapevoli della “cornice relazionale” in cui siamo inseriti, tanto più siamo “saldi” nel nostro progetto personale, quanto più sarà possibile offrirsi con generosità piena.

Questa “sospensione” si nutre della consapevolezza che non possiamo portare all’interno della relazione altro che quello che siamo veramente. E’ una sospensione che ci aiuta a presentarsi maggiormente limpido all’altro, pronti e vuoti nell’offerta di uno spazio libero di condivisione e crescita, in quell’attesa paziente ed umile su tempi, spazi e modalità altrui. Emergeranno successivamente nuove figure, nuovi movimenti di crescita spontanei, autentici e maggiormente armonici.

Attenzione al “terzo comune”: Nello sviluppo centrale, tutto ciò che nasce attraverso le fasi precedenti necessità ancora di presenza e di attenzione partecipata. La responsabilità della scelta del “mettersi a completa disposizione” prosegue, per la persona che cura, nel farsi carico del rischio che porta con sé il “nuovo” scaturito dalla relazione autentica. In questa fase “l’andare oltre”, il “lasciar fluire” queste nuove energie, è quanto mai necessario per liberare le loro potenzialità creativa che andranno a creare nuove figure e contenuti.

“Non ho tutto sotto controllo. Mi affido alla relazione compartecipando”.

Dubbio ed umiltà: Questa qualità risulta essere centrale se messa al servizio dell’altro in questo processo dinamico.

Non è possibile avere la certezza dei propri interventi e delle proprie strategie, sarebbe statico, rigido, immobile ed autoreferenziale. La portata introspettiva del “dubbio” è da considerarsi come una molla che spinge e stimola la ricerca, l’esplorazione, la voglia di comprensione dell’altro, dotandolo di un senso comune in movimento.

L’umiltà, il sentirsi uno tra i tanti, aiuta a riposizionarsi in “giuste proporzioni”, decentrandosi nell’accettare completamente l’altro ed innalzando il progetto oltre l’aspetto individualistico. Attraverso il pensiero critico dobbiamo mettere in discussione ciclicamente ciò che ci circonda e ciò che è dentro di noi, allontanando la superficialità, la fretta dell’interpretazione deterministica, l’egocentrismo  che scaturisce dalla voglia di catalogare, schematizzare comportamenti ed emozioni secondo un criterio meritorio e causale.

L’uomo, il suo comportamento, il suo cervello e le sue emozioni con le sue infinite interconnessioni e le sue numerose rappresentazioni, le sue uniche ed infinite percezioni ed i suoi innumerevoli codici di comunicazione e di rielaborazione, ci devono necessariamente portare a riflettere sull’importanza dell’etica del dubbio.

Mettere un punto di domanda alla fine di ogni affermazione, interpretazione, direzione d’intervento, ci spinge oltre l’accettazione e l’accoglienza e ci fa camminare insieme all’altro dotato di empatia, ma anche di quel dubbio che dona alla relazione il carattere autentico e rispettoso che necessità. 

 

Le dimensioni dell’incontro:

Nella definizione del nostro approccio abbiamo approfondito quanto sia necessario per noi tentare di abitare quello spazio intermedio che si trova nelle relazioni autentiche. 

Proviamo a porci in dialogo con impegno, nella consapevolezza che questo approccio, questo sguardo, questa musica, risuona di frammenti che vanno oltre l’aspetto puramente personale.

Il Sé transpesonale si può manifestare all’interno di questa stessa dimensione “sacra” dell’incontro; incontro che si declina nei vari contesti (con me stesso, con l’altro, con la comunità, con il mondo e la natura) ma che si presenta come ricerca, modalità, approccio alla dimensione originaria, un’apertura senza riserve ed un orientamento alla Vita. 

Musicoterapia  e relazione con se stessi – IO

Per essere un compagno di viaggio positivo per i nostri clienti, un punto di riferimento, uno strumento di sostegno e cura, è  fondamentale e necessario nutrire la propria attitudine alla ricerca.

Una ricerca continua di maggiore autenticità, una tendenza dinamica al proprio svelamento, all’esplorazione di ciò che ci appartiene in essenza e semplicità. Parlando in termini musicali, è una ricerca della nota personale, in che modo risuona, quale tonalità esprime, quali colori ed atmosfere suggerisce all’interno della “partitura della vita”.

E’ un tornare continuamente a se stessi per poter poi stimolare armonie nuove nell’incontro con l’altro. 

Se riusciamo a padroneggiare sempre più la nostra “tonalità interiore” saremo in grado di utilizzarla al meglio mettendola al servizio degli altri nella “musica dell’incontro”. In questo senso, la musica che cura ha in sé il valore legato all’esplorazione ed alla conoscenza delle proprie parti ed energie, ed è la forza del contatto intimo e profondo con la propria unicità. I livelli intrapersonali toccati possono essere plurimi e si manifestano in modo vario a seconda di ciò che intendiamo osservare. 

Possiamo entrare in contatto con la nostra fisicità, il nostro corpo-sonoro, che convibra e conpartecipa risuonando attraverso lo stimolo sonoro-musicale; possiamo contattare intimamente le nostre emozioni vivendole nel momento presente, rivivendole, rievocandole ed esprimendole in forma creativa. Possiamo padroneggiare le nostre energie interiori elaborando percorsi improvvisativi ed esplorativi più strutturati, decidendo noi stessi i luoghi dell’elaborazione, le direzioni ed i percorsi di sviluppo. Possiamo poi lasciarsi andare all’ascolto profondo di noi stessi attraverso il manifestarsi naturale del silenzio e del movimento interiore, che suggerisce l’espressione autocentrata di noi stessi in musica, in una sorta di utilizzo meditativo della musica. In questo caso la musica è un canale strettamente collegato con l’Io personale e la volontà e può fungere da “medium organizzatore” dei propri elementi personali.

E’ possibile utilizzare l’improvvisazione e le attività musicoterapiche per creare percorsi legati alla conoscenza di sé e delle proprie parti fino ad arrivare a contenuti riferiti all’identificazione, alla disidentificazione fino all’auspicabile identificazione con se stessi. Improvvisare la propria musica interiore si presta ad attività varie legate allo svelamento progressivo della propria musicalità intima ed originale.

La musica infatti offre la possibilità di esprimere molti, se non tutti, gli elementi di una persona, incarnandone, attraverso i suoi parametri e le sue molteplici integrazioni, le energie, le tendenze, i conflitti, le aspirazioni.

Risulta essere un dialogo interno continuo tra le varie parti di noi stessi, tra quello che è strutturato in un Io temporaneo e tutti quegli elementi inconsci che trovano espressione attraverso i ritmi, le linee e le figure melodiche, i movimenti e le pause, espressi spontaneamente.

Nel flusso improvvisativo in musica, questo continuo confronto e dialogo tra ciò che ci “muove” e la parte che organizza e dirige, è ben simboleggiato ed evocato dall’”essere musica”, e chiede una partecipazione duplice tra l’abbandono temporaneo del proprio controllo e la riorganizzazione di ciò che emerge. Quando questo processo è attivo avvengono quei contatti autentici che ci avvicinano a ciò che siamo in autenticità e semplicità. 

Musicoterapia e relazione con l’altro – TU 

L’incontro con l’altro, nel suo personale spazio e tempo di svolgimento, si presenta come una sorta di “partitura musicale”. Insieme, ma anche al di là del suonato, l’incontro può essere letta come uno svolgimento di una musica fatta di vari elementi: la parola, il movimento, la tonicità, le energie che si incontrano, si manifestano in varie sezioni e possono essere riconoscibili. Le attività spontanee agite sono loro stesse una musica fatta di colori, intensità, timbri, ritmi, melodie, pause e silenzi, ed evoca interiormente contenuti e sviluppi diversi ed unici.

Talvolta si può avvertire una certa consonanza nell’incontro e tutto si muove e si svolge in maniera armonica e gioiosa.

Altre volte si presentano forme dissonanti che suggeriscono possibili resistenze, tensioni, o semplicemente ricerca di sé e dell’altro, spazio nuovo informe ed ancora da esplorare e strutturare. Anche in questo caso è l’esperienza stessa, la manifestazione globale di tutte le energie messe in campo, che racconta e descrive la qualità della relazione stessa.

E’ vero che attraverso lo svolgersi di incontri ed improvvisazioni consonanti, possiamo riconoscere una certa incidenza di risposte positive ed armoniche; viceversa gli incontri dissonanti suggeriscono sentimenti legati ad una certa conflittualità. Ma come possiamo affermare questa lettura in maniera oggettiva e definitiva? Non risulta essere già una limitazione alla vera libertà? Pensiamo che sia importante, invece, offrire spazio alla relazione che si svolge ed affidarsi a ciò che emerge, convibrando e lasciando che entrambi i partecipanti entrino l’uno nei codici comunicativi dell’altro, conpartecipando al progetto unico che ci viene portato.

Idealmente, nella “musica dell’incontro”, quando questa risuona di momenti autentici, sia gli aspetti consonanti che quelli dissonanti tendono a trovarsi autonomamente il giusto spazio, portando nell’incontro una via di espressione ed una direzione tesa ad una risoluzione evolutiva. La musica (sempre nell’accezione ampia che gli vogliamo attribuire), non è di per se separativa, ma in modo originario unisce, lega ed evoca. 

Le esperienze pre-natali anche se differenti ed uniche, in questo senso offrono oggettivamente un contesto sonoro condiviso da tutti gli esseri umani, un’appartenenza universale. I suoni e le strutture ritmiche, melodiche, armoniche anche più complesse, provengono e derivano da un’evoluzione di suoni antichi comuni a tutti gli esseri umani.

La musica offre opportunità “alte” e “profonde” allo stesso tempo; crea ponti comunicativi e contesti riconoscibili al di là di qualsiasi condizione umana e manifesta frammenti di contatto basali anche in situazioni di maggior sofferenza e immobilismo (pensiamo al ritmo respiratorio e cardiaco). L’inafferrabilità dell’elemento sonoro-musicale e della sua organizzazione dei suoi parametri assomiglia all’inafferrabilità dell’essere umano nella sua interezza e non può che essere colta in quei frammenti di apertura ed allineamento che si possono delineare all’interno di un incontro autentico, nella ricerca di un contatto profondo di due esistenze. 

In questo trovo che la psicosintesi sia il modello che maggiormente tende ad includere questi aspetti ampi dell’essere umano: una dimensione che armonizza dimensione analitica e sintetica, pragmatismo ed idealismo, interiorizzazione ed espressività, in quel percorso dinamico tra il conoscere, il possedere ed il trasformare se stessi in quello che siamo e vogliamo essere.

E’ l’incontro che suggerisce il percorso, ed il comune manifestarsi delle musiche dell’interiorità, in questo “abbraccio” autentico hanno la possibilità di muoversi verso una naturale evoluzione condivisa. 

Musicoterapia e relazione col contesto sociale – NOI

La terza dimensione dell’incontro è quella del NOI, del gruppo che si riunisce. La nostra esperienza nella loro conduzione ha toccato vari contesti: scuole (personale docente e classi), servizi socio-educativi e socio-sanitari (utenti e gruppi operativi), gruppi spontanei di crescita, gruppi di formazione, supervisione  e aggiornamento. Per quanto si presentino con conformazioni e bisogni differenti, è possibile riscontrare analogie ed un filo conduttore riconoscibile sia nei percorsi, che nei processi che portano alla crescita di tutti i gruppi.

Ritorniamo così a cercare di far vivere anche sul livello gruppale i pre-requisiti espressi in precedenza, accettando tutti i passaggi del processo, utile alla creazione di una dimensione comune ed evolutiva.

In questo specifico caso, cerchiamo di portare noi stessi per primi una presenza aperta ed attenta alla centralità di  pluralismo e riconoscimento reciproco. Come prima istanza, il bisogno primario della visibilità individuale all’interno del gruppo vive in tutti i contesti sopra citati. Musicalmente possiamo creare quella semplice analogia dell’orchestra, dove ciascuno strumento deve svolgere la parte che gli compete e contribuire in modo unico ed insostituibile al brano da suonare. Le diverse timbriche e sonorità necessitano di quel giusto spazio ed ascolto per contribuire alla buona riuscita del “concerto”. La richiesta implicita di spazio e visibilità si completa nella capacità e nella voglia di dare spazio e conferma alle altre “timbriche” e personalità, per poter poi avere la possibilità di essere-insieme e “suonare” con modalità positive e comuni verso l’obiettivo che ci lega e che lentamente si rivela all’interno del gruppo.

Il contesto sociale è il luogo dove possiamo provare a moltiplicare le nostre energie nel riconoscimento reciproco. Anche in questo caso, tornando alla metafora dell’orchestra, possiamo provare ad orientarsi verso una direzione comune, il direttore d’orchestra, che cerca di garantire la giusta espressione ed energia ai suoni che si armonizzano insieme, stimolando e facilitando una personale interpretazione e richiedendo insieme una buona fedeltà alla partitura originaria. Riconoscimento reciproco, orientamento comune, libertà e fedeltà a sè e agli altri, tenuta insieme da quell’apertura sul mondo tutto che risulta essere dimensione successiva  ed originaria dell’incontro autentico.

Musicoterapia e relazione col mondo 

Quest’ultima e più ampia dimensione dell’incontro autentico si basa principalmente su due punti reciproci e complementari: il mondo nel quale vivo, mi muovo ed opero, modella la mia persona; contemporaneamente la mia personale visione del mondo modella me, chi mi sta intorno ed il mondo stesso in cui vivo.

Crediamo così in un inseparabile legame tra noi e il mondo, sia questo “il piccolo mondo”, cioè quello rappresentato dagli spazi, luoghi e persone più vicine (quartiere, città, territorio), sia questo “il grande mondo”, e cioè la dimensione planetaria. In qualità di musicoterapisti siamo anche “persone che ascoltano”, e sentiamo la responsabilità primaria di operare all’interno del nostro “piccolo mondo” (il nostro territorio, la nostra comunità), offrendo il nostro contributo specifico di “ambasciatori dell’ascolto”. Questo stimolo costruttivo feconderà di conseguenza il “grande mondo” (il pianeta) nella sua evoluzione.

Nella pratica quotidiana tentiamo di calarci su tre grandi contenitori: 

La terapia; il nostro rapporto diretto con le persone che richiedono sostegno.

L’insegnamento e la formazione; l’attenzione legata al sostegno interprofessionale, alla divulgazione, alla supervisione ed alla creazione di uno scambio ed un passaggio di competenze e modalità relazionali. 

Le attività culturali e di stimolo alla salute; l’ideazione di spazi volti allo stimolo delle risorse interne pervivere  una vita orientata alla salute globale.

All’interno di quest’ultimo piano trovano spazio le proposte delle “camminate di ascolto” e della scoperta del “paesaggio sonoro”.

Il Paesaggio sonoro

Concentrandosi sulla frase: “Tutti noi abbiamo la responsabilità verso il mondo che ci ospita”, possiamo riflettere sui vari livelli e contenuti che questo implica. Principalmente ci posizioniamo in un rapporto intergenerazionale all’interno della storia che si manifesta. Se siamo ben consapevoli di essere parte di questa storia, onoreremo sia i nostri antenati e le persone che ci hanno preceduto, che tutti quelli che arriveranno dopo, contribuendo alla “preparazione della loro strada” al meglio delle nostre possibilità. E’ una responsabilità che non riguarda solo la relazione tra gli esseri umani, ma che si allarga sul piano ecologico, riguardando anche il rapporto con l’ambiente.

In sintesi, le qualità dell’amore dentro di me devono esprimersi al meglio, nello spazio e nel tempo che mi riguardano, fecondando e preparando il nuovo spazio ed il nuovo tempo che verrà a sua volta modellato da chi mi succederà.

E’ un tentantativo di prendere parte ad un continuum storico e sociale su un piano evolutivo comune.

Le “camminate d’ascolto” notturne nei boschi del nostro territorio si presentano così con sviluppi ed intenti diversi.

Si stimolano vari piani legati all’ascolto: quelli della socializzazione e della testimonianza legati all’esperienza “nuova ed ancora non-conosciuta”; quelli legati all’esperienza ed al vissuto dell’ascolto e dell’ammirazione della natura; quelli legati all’elaborazione ed allo studio del suono del mondo e della sua manifestazione; quelli spirituali di compartecipazione “nel” e con il creato. Wolfgang Fasser, non-vedente dall’età di 22 anni, con la sua presenza stessa, chiede ai partecipanti di abbandonare il loro stile percettivo primario, la vista, immergendosi in uno stile inconsueto e meno conosciuto: quello dell’ascolto. Il modello percettivo visivo, dominante nella nostra cultura, può farci perdere sfumature interiori e relazionali legate in maniera più sottile alla dimensione sonora. 

Nelle “passeggiate di ascolto” si vive concretamente l’esperienza di essere guidati da un vero e proprio “esperto del buio”. Dopo un primo possibile disorientamento, il rimando di quest’esperienza evoca la sensazione che è possibile affidarsi all’esplorzione del “buio” con il sostegno e la guida di chi nell’oscurità ci sa stare ed ha esplorato a sufficienza; insieme possiamo scoprire poi che il “buio” non è così ostile e minaccioso, e che è anche affascinante e stimolante. L’esperienza dell’ascolto della natura e del suo paesaggio sonoro apre anche vissuti positivi di conpartecipazione nell’ammirare e riscoprire la bellezza intorno a noi, che è sempre presente; una valorizzazione  dell’ascolto sul proprio territorio e ambiente naturale che conseguentemente stimola alla sua “protezione” mettendo in atto anche elementi proiettivi di noi stessi (quella natura siamo noi!). Inoltre, sul piano fisico ed acustico siamo portati a vivere una riscoperta delle nostre competenze che variano sui parametri ascoltati ed utilizzati. Vengono così stimolate esperienze che ci chiamano nel confrontarsi col nostro stesso “impatto acustico”, con l’osservazione dela relazione tra silenzio e parola, tra il movimento fisico e  l’ascolto del suono, ed altri rimandi utili alla facilitazione di un approccio all’esperienza integrata e costruttivo, e non duale e separativa. 

Vogliamo poi includere ed affermare, infine, l’importanza della dimensione spirituale evocata nell’ascolto del paesaggio sonoro, che si presenta come il fondamento ed il nucleo di questa esperienza e che muove, sostiene e dirige anche la nostra professionalità di musicoterapisti nei vari contesti ed attività che abbiamo proposto fino ad oggi.

Passeggiando ed ascoltando la natura che si manifesta in tutte le sue forme, proviamo ad ammirarla attraverso l’udito e proviamo ad amarla profondamente così come è.

Se riusciamo ad esserci pienamente ed intendiamo immergersi in questa totalità, possiamo scoprire l’esperienza della consapevolezza e della nostra partecipazione all’interno del creato (sono parte integrante del tutto).

La responsabilità che scaturisce da questo sentimento interiore ci può portare a vivere l’importanza unica e irripetibile che abbiamo nel compartecipare all’esistenza, ammirando, amando e proteggendo la Vita in tutte le sue forme. 

Attraverso le nostre personali potenzialità per quanto limitate, ma nella ricerca continua di una maggiore pienezza dell’essere uomini, ci assumiamo la responsabilità di con-creare all’interno dello svolgimento della vita, nelle sue varie manifestazioni ed interconnessioni globali. 

Questa risulta essere la nostra responsabilità primaria che sentiamo debba abbracciare tutti i piani fino ad ora  esplicitati e descritti, e che accettiamo con serenità ed entusiasmo.

“L’uomo ha una luce sopra di sé , e quando due uomini si incontrano con l’anima, le loro luci si uniscono, e da loro promana una sola luce. E questo viene chiamato concepimento. Sentire il concepimento universale come un mare, e se stessi un’onda di quel mare, ecco il mistero dell’umiltà” (M.Buber)

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Assagioli Roberto – “Principi e metodi della psicosintesi terapeutica”, ed. Astrolabio, 1973

Buber Martin – “Il principio dialogico ed altri saggi”, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 1993

Buber Martin – “Storie e leggende chassidiche”, Mondadori Meridiani, Milano 2008

Ferrucci Piero  – “La forza della gentilezza”, ed. Mondadori, 2005

Fasser Wolfgang – “Crescere insieme. Musicoterapia: una sfida esistenziale”, Casa editrice Vesalius, Costanza 2007

Scardovelli Mauro – “Il dialogo sonoro”, Nuova casa editrice Cappelli, Bologna 1992

Scardovelli Mauro –  “Musica e trasformazione”, ed. Borla, 1999

Stern Daniel  – “Il mondo interpersonale del bambino”, ed Bollati Boringhieri, 1987

Panikkar Raimon – Culto y secularización”, ed. Marova, Madrid 1979 

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