Ricordi musicali della mia infanzia

 

Di Wolfgang Fasser

Se ritorno col pensiero agli anni di scuola vedo un piccolo Wolfgang allegro nella allora casa paterna. Sto vicino alla porta di casa, probabilmente pronto per uscire fuori per dedicarmi al tanto amato gioco nella natura. Guardo verso la porta dello studio di mio padre. La porta è chiusa e sento un’allegra operetta. Talmente forte che non sento cosa fa mio padre. Mio Padre passava molte ore in questa stanza, lavorava per la scuola di cui era preside e aveva anche da fare molti lavori per la politica sociale e dell’istruzione. Il suo ufficio sembrava essere un auditorio. Una grande quantità di dischi, cassette e nastri erano disposti ordinatamente e ben catalogati. A quei tempi non avevamo un televisore, era la radio che portava le notizie e radiodrammi e molti concerti nella casa. Mio padre amava la musica classica. Opere ed operette, sinfonie e musica da camera. I miei fratelli ed io ridevamo spesso quando ascoltava le arie, per le nostre orecchie da bambini avevano il suono di pigolio e lamenti.

Ogni anno faceva un viaggio studio di due o tre settimane nelle città importanti della Germania. Ascoltava concerti e andava a teatro. Riportava non solo i programmi e le descrizioni degli artisti, ma anche dei racconti estremamente interessanti sulla vita di là. Essendo una persona parsimoniosa che sceglieva bene come voleva spendere i suoi soldi, pernottava sempre in pensioni semplici ed economiche. Con entusiasmo ascoltavo i sui racconti dei personaggi poco raccomandabili nel quartiere del porto di Amburgo. Descriveva con immagini l’ambiente dove abitava e le persone che incontrava. Non mancavano furfanti e prostitute, gentaglia poco trasparente e personaggi della malavita. Mia madre rimaneva sempre a casa con noi 5 figli, si interessava di più all’arte figurativa, i vulcani e i loro minerali e l’alta montagna.

Spesso, soprattutto la domenica, si sentiva la musica dallo studio del padre: erano dei veri e propri concerti di casa. Ero incantato dalle sinfonie. Sentivo l’atmosfera, la varietà e gli innumerevoli strumenti come ampi spazi, abissi misteriosi e molti colori. Questo mondo lo ritrovavo nella mia passione per le camminate in montagna. Già all’epoca dell’asilo avevo il presentimento che la mia vita sarebbe stata diversa da quella dei miei amici. Volevo sapere chi è e dove si trova Dio. Questa ricerca trovò una risposta percettibile e non pronunciata nella musica del padre e in occasione degli innumerevoli pomeriggi nella foresta e in montagna. A volte mia madre mi portava con sé quando andava a cercare cristalli. Se la roccia ci offriva queste pietre preziose, sentivo nuovamente questo mistero davanti a me. Cose sconosciute ma non straniere, spazi nutrienti che danno forza. Supponevo che questo fosse la presenza divina.

Quando avevo 5 anni mia madre mi portò all’asilo di Erlen, un paese vicino. Ricordo la gentile maestra. C’era una grande stanza dove noi bambini eravamo radunati. Spesso eravamo seduti su piccole panchine in cerchio. Con entusiasmo cantavamo canzoni facendo dei movimenti: “Rose rosse nel giardino”, “Il cappello ha tre angoli” e “Giovani cigni e anatre”. Molte canzoni per bambini che conosco sempre. Corrispondevano al corso dell’anno. In particolare mi piacevano le canzoni di primavera, perché allora arrivava il periodo in cui potevamo stare fuori tutto il giorno. Se oggi ritorno nei pensieri a quei tempi, sento le molte voci di bambini, sento l’odore dei gessetti e delle penne e mi sembra di sentire anche una chitarra. Mi ricordo appena che nei giochi con canzone e gesta non capivo sempre di cosa si trattava. Mi vergognavo di sbagliare. Nonostante gli occhiali non vedevo tutto, ma allora non ne ero cosciente. Ciò mi rendeva timido e riservato.

Nel corso degli anni della scuola primaria cantavamo molto. Anche nei movimenti dei Lupetti e degli Scout. Momenti indimenticabili di notte intorno al fuoco. Andai al mio primo concerto con la scuola: Carnevale degli Animali di C. Saintsance. Quanto ero entusiasta dei molti musicisti e del mondo magico che creavano. In occasione di grandi feste nel paese suonava la banda. Uomini con belle divise si presentavano orgogliosi. Portavano grandi corni ad arco di colore oro e tamburi bianco rossi.

Nella terza avevo un insegnante particolarmente gentile, il sig. Hans Comiotto. Potevo mettermi subito nella prima fila, così avrei potuto vedere bene la lavagna, disse. Partecipavo alle sue lezioni di flauto dolce. Ogni settimana, verso la fine della giornata, tirava fuori un lungo tubo di legno. In cima aveva qualcosa che rassomigliava a un tubicino. Diceva ridendo che avrebbe dovuto introdurre dell’olio. Poi suonava in modo meraviglioso. Suoni bassi e scuri che riempivano l’intera stanza di calore.

Il mio successivo insegnante suonava il violino. A undici anni la nostra classe cantò per i veterani nella grande sala comunale. Il nostro insegnante era orgoglioso di noi e vidi che era un momento importante per lui. Gli uomini anziani avevano le lacrime negli occhi quando cantavamo con fervore la canzone triste “Avevo un compagno”. Nello stesso anno cantammo uno spettacolo natalizio. Era previsto che facessi una parte solista. Nelle prove tutto andò bene. La sera dello spettacolo davanti al pubblico, al momento giusto, non usciva niente dalla mia bocca. Ero molto imbarazzato, visto che volevo fare tutto bene. Mia madre mi consolò dicendo: Può succedere, non è grave.

Un giorno c’erano grossi preparativi nel paese. Si organizzava una festa dei cantori svizzeri. Innumerevoli cori si esibirono nella grande tenda, dappertutto c’era l’atmosfera di festa. La domenica le campane della chiesa suonarono particolarmente a lungo e un grande coro cantò canzoni folcloristiche svizzere. Vissi questo avvenimento dall’esterno. Nonostante il fatto che anche noi della scuola cantavamo, non lo sentivo come la mia musica. Eravamo già toccati dalla musica moderna proveniente dall’Inghilterra: I Beatles.

Ogni primavera, nel periodo del disgelo, il circo veniva nel paese. Gli agili uomini  montavano la grande tenda in piazza. Intorno c’erano i carri con gli animali e noi ragazzi passavamo ore di curiosità e interesse in questo mondo sconosciuto. La domenica il momento era arrivato: Il clown apriva lo spettacolo nella colorata tenda illuminata. Sopra il portone c’era l’orchestra del circo. Suonarono musica allegra e mi meravigliai sempre come i cavalli ed elefanti andavano a tatto. La batteria suonò piano e piena di tensione quando la ragazza snella camminava sulla corda. Mi correvano i brividi giù per la schiena. Riuscita l’acrobazia, la tensione si sciolse nell’allegra musica da ballo.

La nostra famiglia è cattolica e così siamo stati educati. Nelle ore di religione il Reverendo prete ci raccontava di Gesù. Leggeva la Bibbia e insegnava anche con botte, se necessario. In contrasto a questo vivevo una dimensione completamente diversa dell’annunciazione della fede durante la messa. Ero affascinato dai riti, dai colori dell’abito del Prete e dal Latino a me incomprensibile. A volte mio padre mi portava con sé alla messa cantata; questa messa solenne era con coro e musica d’organo. Molta gente veniva alla messa, tutti, anche i signori della vita pubblica. In seguito andai spesso in montagna la domenica e sentii da lontano il suono festoso delle campane. Mi avvicinò al mondo della Messa solenne e alla vicinanza di Dio nelle montagne.

Lì mi trovai in un’atmosfera di rumori e suoni arcaici. Il silenzio degli ampi spazi, taccole gracchianti nel vento delle montagne, a volte sassi cadenti o il suono inconfondibile di valanghe di neve. Fulmini e tuoni ci facevano sentire la forza e la pericolosità delle montagne e lo sgocciolare della pioggia nella foresta era spesso perfino accogliente.

In famiglia, per quanto mi ricordo, si cantava solo in Avvento e a Natale. Noi figli cantavamo con gioia e la madre ci aiutava con la sua voce chiara, mentre il padre ascoltava con gusto. A volte prendeva un vecchio giradischi dal grande armadio del salone e metteva dei dischi stravecchi. Ascoltavamo Santo Natal. Gli autori venivano dalla patria di mia madre: la città di Salisburgo. Affascinati da questo apparecchio con l’ago di ferro e il corpo a forma di corno andavamo di nascosto, in assenza dei nostri genitori, proprio in questa stanza e ascoltavamo vecchi dischi. Glenn Miller, Kurt Weil ed operette. Il salone era riservato ai visitatori ed alle feste. Il tempo che ci divertivamo nella stanza proibita passava sempre troppo alla svelta.